La strage di Lampedusa scatena la protesta nei campi profughi in Etiopia

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Ci sarebbero tre vittime della tragedia di Lampedusa anche in Etiopia. Tre vittime e decine di feriti sotto i colpi della polizia intervenuta a sedare le proteste esplose in due dei campi profughi dai quali venivano buona parte degli eritrei morti in vista delle coste italiane. Proiettili sparati ad altezza d’uomo avrebbero stroncato la vita di tre ragazzi che, insieme a migliaia di altri giovani, manifestavano il dolore per l’ennesima mattanza di disperati registrata nel Canale di Sicilia pochi giorni prima e, insieme, la rabbia e la frustrazione covate per mesi, spesso per anni: tutto il lungo tempo trascorso da quando sono riusciti a scappare in Etiopia. Lo ha denunciato un gruppo di rifugiati a Radio Erena, una emittente eritrea indipendente che trasmette da Parigi. Da Addis Abeba, finora, non sono arrivate conferme su queste nuove morti assurde. Non sembrano esserci dubbi, però, sui tumulti, che la polizia è riuscita a sedare solo dopo duri scontri e, a quanto riferiscono i profughi, facendo largamente uso delle armi da fuoco.
Tutto è iniziato nel campo di Mai Ayni. E’ una struttura enorme, situata nel nord est del Paese, gestita in collaborazione con l’Unhcr, il Commissariato dell’Onu per i rifugiati. Ci vivono ammassati in casette di legno e mattoni di fango quasi 15 mila tra uomini e donne che, fuggiti dalla dittatura di Isaias Afewerki, sono in attesa di proseguire il cammino della speranza verso l’Europa o magari di potersi insediare definitivamente in Etiopia, come hanno già fatto numerosi altri esuli eritrei. La notizia terribile arrivata da Lampedusa ha avuto l’effetto di una frustata: in tanti hanno deciso che non potevano più restare in silenzio. Passivi. La prima idea è stata quella di organizzare una grande veglia in memoria di quei fratelli inghiottiti dal mare. E’ seguita una fiaccolata che, in breve, è diventato una marcia, un lungo corteo diretto verso la palazzina che ospita gli uffici dell’Unhcr e delle autorità governative incaricate della conduzione del campo. E’ qui che sono scoppiati i disordini.
Da tempo i profughi contestano la lentezza e l’incertezza delle procedure che li costringono ad anni di attesa per ottenere il visto di espatrio. E molti sono convinti – come riferisce Meron Estefanos, una giornalista eritrea che ha parlato con alcuni dei portavoce della protesta – che questo tunnel senza fine sia la diretta conseguenza di un vasto giro di corruzione: in cambio di una tangente, gran parte dei pochi posti disponibili del programma di protezione internazionale sarebbero riservati a finti rifugiati, giovani etiopi che, facendosi passare per eritrei, trascorrono un breve periodo di soggiorno nei campi, sicuri poi di poter partire per l’Europa, il Canada o gli Stati Uniti, con la complicità di funzionari “infedeli”. La fiaccolata voleva contestare tutto questo: gridare che la tragedia di Lampedusa sarebbe figlia anche di questi ritardi e della corruzione imputata alla burocrazia di Addis Abeba, perché mai quei disperati affogati a mezzo miglio dalla spiaggia si sarebbero rivolti ai trafficanti di esseri umani se avessero avuto la speranza di un canale legale di emigrazione. E molti li conoscevano bene quei disperati, perché una gran parte sono partiti proprio da Mai Ayni: erano loro amici, ne avevano condiviso le ansie e le speranze, i problemi e i sogni. E poi avevano cercato di seguirne la sorte, mantenendosi in contatto per telefono o tramite familiari e conoscenti comuni, durante la traversata del Sahara e fino all’imbarco in Libia. Con l’idea, magari, di trovare l’occasione e il coraggio di fare come loro: di andarsene comunque dal campo, perché l’attesa di un “visto” regolare era ormai insopportabile.
Ecco perché la notizia della tragedia, rimbalzata di cellulare in cellulare, di bocca in bocca, è esplosa a Mai Ayni come una bomba, innescata da dolore e rabbia insieme. Quando la fiaccolata è arrivata davanti alla sede degli uffici del campo, il silenzio e il pianto sommesso sono stati rotti da urla e slogan di protesta. Tanti avrebbero anche cercato di forzare il cordone di militari schierati a difesa della palazzina. Sono volati sassi e pietre. Nel momento in cui i vetri di molte finestre sono andati in frantumi, è scattata la reazione: temendo che la marcia iniziata pacificamente diventasse un tumulto, la polizia ha ordinato alla folla di disperdersi ed è intervenuta in forze. Molti agenti – hanno raccontato diversi manifestanti a Meron Estefanos – hanno sparato. “In aria”, secondo le autorità. Ma, oltre a numerosi contusi e feriti negli scontri, secondo il resoconto dei profughi ci sono almeno quattro colpiti da arma da fuoco, ragazzini tra i 15 e i 16 anni, minorenni arrivati dall’Eritrea a Mai Ayni da soli, unendosi casualmente a qualcuno che attraversava la frontiera, ma senza un genitore, un fratello maggiore, uno zio a cui affidarsi.
La rivolta è proseguita il giorno dopo, non appena si è diffusa la notizia degli scontri e dei feriti di Mai Ayni. Epicentro, questa volta, Adi Harish, un altro enorme campo vicino al confine eritreo, già in fermento perché venivano anche da qui molte delle vittime di Lampedusa. E questa volta, sempre secondo il resoconto fatto dai rifugiati a Radio Erena, il bilancio sarebbe molto più pesante, drammatico: si parla di tre morti, oltre a numerosi feriti. Sempre tre adolescenti, raggiunti anch’essi da colpi di fucile al culmine di una manifestazione iniziata pacificamente e sfociata poi in una sommossa alimentata dalla disperazione.
Le circostanze delle due rivolte appaiono ancora confuse. C’è da attendersi che le autorità di Addis Abeba aprano un’inchiesta approfondita per ricostruire meglio i fatti e le eventuali responsabilità, sia a Mai Ayni che ad Adi Harish. Ma, al di là di tutto, dei particolari e dei nomi di questa ennesima storia dolorosa, la responsabilità vera è nel tunnel senza fine in cui sono abbandonati quelle migliaia di uomini e donne che chiedono solo di poter vivere da persone libere, come ogni essere umano ha diritto.
La situazione in Etiopia rischia di diventare incontrollabile. Nei quattro campi per i profughi eritrei – Mai Ayni, Adi Harish, Shimelba e un complesso di nuova costruzione a pochi chilometri da May Aini, tutti nella zona nord – ci sono attualmente 65 mila ospiti e il flusso in entrata continua molto più consistente di quello in uscita: si calcola una media tra i 1.000 e i 1.500 nuovi arrivi al mese. Nella fascia sud la situazione è analoga: decine di migliaia di rifugiati somali, almeno 60 mila, sono concentrati in tre grossi centri di accoglienza e anche qui continuano ad arrivare. Non a caso tra i morti di Lampedusa ci sono pure numerosi somali. Il paese infatti è ancora disgregato, in preda a una guerra tra clan che dura da oltre vent’anni. Il presidente del governo provvisorio, Sheick Mohamud, insiste nelle dichiarazioni rassicuranti, con il sostegno delle cancellerie americane ed europee. Lo ha fatto anche nel corso del suo recente incontro a Roma con il premier Enrico Letta, invitando le istituzioni e le aziende italiane a contribuire alla ricostruzione, ora possibile perché Mogadiscio avrebbe ormai recuperato il controllo del territorio. Ma è stato subito smentito dai fatti: proprio all’indomani delle sue affermazioni, i volontari di Medici senza Frontiere, dopo 22 anni di aiuti preziosi prestati anche in condizioni difficilissime, hanno dovuto ritirarsi dalla Somalia perché, hanno detto, non ci sono più le garanzie minime di sicurezza “per i pazienti e per gli operatori umanitari”. E se una organizzazione coraggiosa come Medici senza frontiere è costretta suo malgrado a ritirarsi, si può intuire cosa sta soffrendo la popolazione. La gente comune presa in mezzo a una guerra che non finisce mai.
Ecco perché il flusso di profughi è inarrestabile. E con questi disperati, in fuga da nazioni invivibili come sono diventate l’Eritrea e la Somalia, non ci sono barriere che tengano: anziché alzare muri e sbarrare porte, occorre cambiare alle radici la politica dei “potenti della terra” nel sud del mondo. E’ il monito che anche papa Francesco, andando non per niente a Lampedusa, ha voluto lanciare all’inizio dell’estate, quando stava cominciando la nuova, ciclica stagione dei naufragi di migranti nel Mediterraneo. Ma le cancellerie europee, a cominciare dall’Italia, continuano a balbettare. Non c’è un solo premier che abbia accennato alla volontà di impostare un rapporto globale diverso nei confronti di quelli che una volta venivano definiti “paesi in via di sviluppo” o “paesi depressi”, fingendo di ignorare che le cause di quella “depressione”, delle guerre e dei disastri che provocano tanti profughi, spesso nascono proprio in Europa e negli Stati Uniti, per gli enormi interessi occidentali su ricchezze minerarie, fonti energetiche, terreni agricoli vasti come il territorio di interi comuni da accaparrare. Né, al momento, al di là delle lacrime “ufficiali”, verrebbe da dire “d’ordinanza”, si registrano interventi concreti, rapidi, per cambiare almeno le strategie di accoglienza e mettere fine alla mattanza che dura da anni. Anzi, vengono isolate, ignorate, spesso guardate con sufficienza, le posizioni di chi, da sempre in prima linea in questa emergenza infinita, parla con forza di “canali umanitari”, della necessità di “andare noi a prenderli in Africa quei profughi”, attraverso una organizzazione internazionale. “Perché possano almeno arrivare vivi”, ha detto, suscitando scandalo, il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini, stanca di contare i morti e di seppellire sulla sua isola giovani, donne, bambini senza nemmeno un nome che li ricordi. “E perché – ha aggiunto – è questo l’unico modo per combattere davvero il traffico di esseri umani”.
L’Italia e l’Europa si trovano allora di fronte a una scelta cruciale. Continuano a ribadirlo tante voci dell’Italia migliore. “Non sopporto le lacrime di un giorno – hanno detto la costituzionalista Lorenza Carlassare e don Luigi Ciotti, fondatore e anima dell’associazione Libera – Non servono a niente. Anzi, sono un’offesa alla dignità delle vittime. Quello che serve è un impegno costante, quotidiano, per cambiare tutto il sistema, il rapporto stesso nei confronti di quelle persone, nel rispetto dei loro diritti”. Ecco il punto. L’Italia si appresta a celebrare funerali di stato per i morti di Lampedusa. E’ giusto che a quei 300 e più morti venga concesso almeno questo “onore”. Ma guai se tutto finirà lì. Il modo per onorarli davvero è garantire i diritti fondamentali della persona a ognuno dei compagni sopravvissuti e agli altri rifugiati che sono arrivati e arriveranno sulle nostre coste. Come prevede la Costituzione.

 

English Version

 

There would be three victims of the tragedy of Lampedusa in Ethiopia. Three dead and dozens wounded under the blows of the police intervened to quell the protests broke out in two refugee camps from which most of the Eritreans were killed in view of the Italian coast . Bullets fired at eye level would have panned the lives of three young men who, along with thousands of other young people, demonstrating the pain for the umpteenth massacre of desperate registered in the Channel of Sicily a few days before , and together, the anger and frustration brooded for months, often for years : all the long time elapsed since managed to escape to Ethiopia. He denounced a group of refugees to Radio Erena , an Eritrean independent broadcaster that broadcasts from Paris. From Addis Ababa , as yet, no confirmed deaths of these new absurd . There seems to be no doubt, however , about the riots, the police managed to quell only after hard fighting and , from what the refugees , making extensive use of firearms .
It all started in the field of Mai Ayni . It ‘ a huge structure , located in the northeast of the country, managed in collaboration with UNHCR , the UN High Commissioner for Refugees. We live in crowded houses of wood and mud bricks nearly 15,000 men and women who fled the dictatorship of Isaias Afewerki , are waiting to continue the path of hope to Europe or even to be able to settle permanently in Ethiopia , as have already made numerous other Eritrean refugees . The terrible news came from Lampedusa has had the effect of a whip : many have decided that they could no longer remain silent. Passive . The first idea was to organize a vigil in memory of those brothers swallowed by the sea. E ‘ followed by a torchlight procession , in short, has become a march , a long procession headed for the building that houses the offices of UNHCR and the government authorities for the conduct of the field. And ‘ here that the riots broke out .
From time refugees contest the slowness and uncertainty of the procedures that force them to years of waiting to get exit visas . And many are convinced – as reported by Meron Estefanos , an Eritrean journalist who has spoken with some of the spokesman of the protest – this endless tunnel is the direct result of an extensive tour of corruption in exchange for a bribe , most of the few places available program of international protection would be reserved to bogus refugees , young Ethiopians who , pretending to be Eritreans , spend a short period of stay in the camps, safe then to be able to go to Europe , Canada or the United States, with the complicity officials of ” infidels.” The torchlight wanted to challenge all this: shout that the tragedy of Lampedusa daughter would also these delays and corruption attributed to bureaucracy in Addis Ababa , why those desperate drowned half a mile from the beach would turn to human traffickers if they had the hope of a legal channel of emigration. And many of them were well aware of those desperate , because a large part of their departed by Mai Ayni : they were their friends, they had shared the anxieties and hopes , problems and dreams. And then they tried to follow the fate , keeping in contact by phone or through family and mutual acquaintances , while crossing the Sahara in Libya until boarding . With the idea , perhaps, to find an opportunity and the courage to do what they do: from the field to leave anyway , because the expectation of a “passed ” regular was now unbearable.
That’s why the news of the tragedy , bounced cell phone, word of mouth , Mai Ayni has exploded like a bomb, triggered by pain and anger together. When the torch arrived in front of the headquarters of the offices of the field, the silence and the quiet sobbing were broken by cries and slogans of protest. Many have also tried to force the group of soldiers deployed to defend the building . They flew rocks and stones . At a time when many of the glass windows were shattered , it is taken to the reaction: fearing that the march began peacefully became a riot , the police ordered the crowd to disperse and has intervened in strength. Many agents – have told several protesters in Meron Estefanos – was shot. ” In the air ” , according to authorities. But , in addition to numerous bruised and wounded in the clashes , according to the report of the refugees there are at least four hit by gun fire , boys between 15 and 16 years old, arrived from Eritrea minors Mai Ayni alone , joining randomly to someone who crossed the border , but without a parent, a brother , an uncle to trust .
The revolt continued the next day, as soon as the news spread of clashes and casualties of Mai Ayni . Epicenter , this time , Adi Harish , another huge field near the Eritrean border , already in turmoil because people came from here many of the victims of Lampedusa. And this time , according to the account given by the refugees to Radio Erena , the budget would be much heavier, dramatic , they speak of three deaths and numerous injuries. Always three teenagers , also achieved by gunshots at the height of a demonstration began peacefully and which has resulted in a riot fueled by desperation.
The circumstances of the two revolts still seem confused . It is expected that the authorities in Addis Ababa to open a full investigation to better reconstruct the facts and any liability, whether in Mai Ayni that Adi Harish . But , beyond all, of the details and the names of this latest painful history , the real responsibility is in the endless tunnel in which they abandoned those thousands of men and women who seek only to live as free people , like all human human being is entitled .
The situation in Ethiopia is likely to become uncontrollable . In the four camps for Eritrean refugees – Mai Ayni , Adi Harish , Shimelba and a newly built complex a few kilometers from May Aini , all in the north – there are currently 65 thousand guests and the inflow continues much larger than out : it is estimated an average of between 1,000 and 1,500 new arrivals per month. In the south end , the situation is similar : tens of thousands of Somali refugees , at least 60,000 are concentrated in three major centers and also keep coming here . Not by chance among the dead in Lampedusa there are also many Somalis. The country is in fact still disrupted in the throes of a war between clans that lasted for over twenty years. The President of the Provisional Government , Sheik Mohamud , insists the reassuring statements , with the support of American and European registries . He did it during his recent meeting in Rome with Prime Minister Enrico Letta , inviting institutions and Italian companies to contribute to the reconstruction , now possible because Mogadishu have now recovered control of the territory . But it was immediately denied by the facts : in the aftermath of his own statements , the volunteers of Doctors Without Borders , after 22 years of valuable aids provided even in very difficult conditions, had to withdraw from Somalia because , they said, there are more minimum guarantees of security ” for patients and for humanitarian workers .” And if an organization as brave as Doctors Without Borders is forced against his will to withdraw, you can guess what the population is suffering . Ordinary people caught in the middle of a war that never ends .
That’s why the flow of refugees is unstoppable. And with these desperate , fleeing from nations have become uninhabitable as Eritrea and Somalia, there are no barriers that take : rather than build walls and barred doors, the roots need to change the policy of ” powerful of the earth ” in the southern hemisphere . It ‘ also the warning that Pope Francis, going not for nothing in Lampedusa , wanted to launch early summer, when he was beginning the new season of shipwrecks cyclical migrants in the Mediterranean. But the European governments , including Italy , continue to stutter. There is not a prime minister who has mentioned the desire to set a different global report against those who once were called ” developing countries ” or ” depressed countries ” , pretending to ignore the causes of that ” depression ” wars and disasters that cause so many refugees , often are born in Europe and the United States, for the enormous mineral wealth of Western interests , energy sources, agricultural land as vast as the territory of entire communities from hoarding . Nor, at the moment, beyond the tears “official” , one might say ” ordinance ” , there are concrete actions , quick to change at least the strategies of acceptance and put an end to the slaughter that lasts for years . Indeed , they are isolated, ignored, often look with disdain , the positions of those who have always in the forefront in this emergency infinite , speaks powerfully of ” humanitarian channels ,” the need to “get us to take those refugees in Africa ” , through an international organization . ” Why can at least arrive alive ,” he said , raising scandal , the mayor of Lampedusa Giusi Nicolini , tired of counting the dead and buried on his island youth, women, children without even a name that you remember them . ” And why – he added – is this really the only way to combat the trafficking of human beings.”
Italy and Europe are then faced with a crucial choice . They continue to stress the many voices of the best Italy . ” I can not stand the tears of a day – they said the constitutional Lorenza Carlassare and Don Luigi Ciotti , founder and soul of the Libera – Do not use at all . Indeed, they are an offense to the dignity of the victims . What is needed is a commitment to constant , daily newspaper , to change the whole system, the report itself against those people, respecting their rights. ” That’s the point . Italy is preparing to celebrate a state funeral for the dead of Lampedusa. It ‘just that in those 300 deaths and more will be granted at least this ” honor.” But woe if everything will end there. The way to truly honor them is to ensure the fundamental rights of the person in each of fellow survivors and other refugees who have arrived and will arrive on our shores. As provided for in the Constitution .

 

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