Conoscenza Ignoranza Mistero

morin             Chi aumenta la sua conoscenza aumenta la sua ignoranza.                                                                                                                                                    Friedrich Schlegel

Edgar Morin, insieme a Carlo Maria Martini, è stato ed è ancora un significativo punto di riferimento per la formazione di molti giovani di ieri, di oggi e forse anche di future generazioni; è una delle figure più prestigiose della nostra cultura contemporanea. I suoi libri, letti, studiati, analizzati e assimilati, sono “fari” che illuminano il percorso di comprensione del mondo attuale e forniscono chiavi di lettura per cogliere i segni del nostro tempo. Morin è stato ed è una guida morale e intellettuale sicura, un maître à penser a cui è possibile affidarsi con fiducia nel proprio cammino esistenziale e culturale.

Nell’ultimo libro, Conoscenza Ignoranza Mistero (Raffaello Cortina, editore), Edgar Morin nelle prime pagine del Preludio parte dal suo amore per il sapere, dalla sete per la conoscenza, dal piacere della scoperta, dallo stupore e dal mistero che accompagna il  cammino umano verso l’ignoto, l’invisibile, l’irrazionale e verso ciò che sfugge alla ragione. Il filosofo francese è convinto che «lo stupore ininterrotto conduce all’interrogazione ininterrotta» e il mondo, la realtà e la vita, che l’uomo conosce, nascondono qualcosa di ignoto. Ogni aumento della conoscenza, da parte dell’uomo, conduce all’aumento del mistero.

La riflessione, arguta e profonda, di Morin, fin dal primo capitolo La conoscenza ignorante,  ruota intorno ai limiti della conoscenza complessa che non elimina l’incertezza, l’incompiutezza e l’insufficienza delle conoscenze umane. La scienza, con le sue straordinarie scoperte e con i suoi strabilianti progressi nel settore della biologia, della microfisica, dell’astrofisica, rivela non solo i limiti della conoscenza, ma quanto sia profondo e radicale l’ignoto, che è enigma, e quanto, dalla comparsa dell’homo sapiens, l’inconoscibile, presente nel cervello e nella mente umana, sia mistero. Con la scoperta dei limiti della razionalità e con la crisi dei fondamenti della conoscenza scientifica, l’uomo ha preso atto dell’inseparabilità della conoscenza dall’ignoranza e dal senso dell’ignoto e del mistero.

Nel secondo capitolo, La realtà, Morin afferma che la realtà umana è costituita da tre dimensioni: materia, energia, informazione e che è possibile comprendere il reale solo attraverso rappresentazioni e interpretazioni. La realtà umana, tessuta di immaginario costruito dai nostri romanzi, film, serie televisive e divertimenti, produce miti, dei, ideologie a cui attribuiamo una realtà superiore. Per gli uomini, l’insieme delle sofferenze e delle gioie, degli amori e delle paure, dei desideri e dei sentimenti (dell’affettività) è il nocciolo duro della realtà. Per Morin esistono diversi livelli di realtà, fisica, biologica e umana, eterogenei gli uni dagli altri, ma anche inseparabili e interdipendenti. Pertanto l’insieme delle realtà forma il reale multidimensionale. La realtà ipercomplessa, quindi, comporta pluralità, eterogeneità, incertezze, ignoto e infine mistero, che è inconoscibile. La vera realtà umana è fatta di sofferenze e gioie, di vita e di morte che sono realtà fuggevoli ed effimere.

Nel terzo capitolo del saggio Morin, procedendo con interrogativi ai quali cerca di dare delle risposte supportate da pensieri filosofici e scientifici,  si sofferma a riflettere su Il nostro universo immenso, enigmatico per la sua misteriosa origine e natura, per il suo divenire e il suo destino. L’inizio dell’universo (il Big Bang) secondo alcuni scienziati deriverebbe da una deflagrazione termica, da un vuoto portatore in sé di infinite energie potenziali, complementari e antagoniste, di ordine, disordine e organizzazione, che, una volta liberate, diventerebbero creatrici.                                           Le argomentazioni delle diverse tesi sull’universo, inteso come potenza inaudita di creazione e distruzione, sono sostenute con riferimenti a teorie scientifiche di vari autori (Prigogine, Cassé, Castoriadis, Chaitin…), a filosofie di diversi pensatori (Eraclito, Kant, Hegel, Schopenhauer…) e anche alla sapienza biblica. L’universo, costruito sul principio di emergenza attraverso la quale lo spazio e il tempo esistono, dispone di una prodigiosa creatività sistemica che, riunendo e organizzando diversi elementi, crea un tutto dotato di nuove qualità emergenti. Anche il mondo umano è ad immagine dell’universo con il suo ordine e disordine, con le sue alleanze e rotture, con le sue nascite e morti di civiltà, con le sue creazioni e organizzazioni e con il suo divenire incerto. In maniera categorica l’autore afferma che «l’universo è in noi e noi siamo in lui».

Nel quarto capitolo, La vita, rivoluzione nell’evoluzione, Morin sostiene che la vita, fenomeno straordinario nell’universo, è contemporaneamente discontinuità e continuità. La vita, generata dall’universo fisico in un infimo pianeta, dove ordine/ disordine/ organizzazione si manifestano negli ecosistemi e nella biosfera, sarebbe solitaria su un piccolo pianeta, nel gigantesco cosmo.          La vita biologica è strettamente legata alla morte alla quale tende a resisterle attraverso processi di rigenerazione, di ringiovanimento e di riproduzione. Vivere è andare verso la morte combattendola. Morire e vivere sono antinomici e inseparabili. La riproduzione, che può avvenire per germoglio, sesso, spore, sperma, uovo,  è una riposta vitale agli innumerevoli pericoli di morte per la sopravvivenza della specie. La vita si perpetua attraverso l’azione riproduttrice degli individui; individuo vivente e specie sono fine e mezzo l’uno dell’altra.                                                                           Le conclusioni, alle quali perviene l’autore in questa parte del saggio, appaiono sconcertanti perché è difficile accettare che «l’organizzazione dei viventi è un capolavoro di complessità, ma la vita è pura follia… il solo senso della vita è nella sua finalità: vivere per vivere, finalità di cui non si può trovare il senso».

Nel proseguire (v capitolo) Morin analizza, servendosi di argomentazioni tratte dalla biologia molecolare, dalla genetica e dall’etologia, La creatività vivente che si manifesta come auto-eco-organizzazione. La vita stessa, attraverso la riproduzione, è creatrice di creatività perché ricrea continuamente un nuovo vivente. La creatività si realizza attraverso associazioni e combinazioni, attraverso una riorganizzazione innovatrice, una “evoluzione creatrice”. Cataclismi e catastrofi hanno stimolato la creatività vivente, hanno portato ad una continua metamorfosi, ad una persistente invenzione che si manifesta come adattamento ingegnoso e complesso a un ambiente. Pertanto l’autore afferma che la vita, polimorfa e organizzatrice, ha un carattere sorprendente perché è meravigliosa e orribile, intelligente e crudele.

Morin, che ha dedicato gran parte della sua ricerca all’umano, nel sesto capitolo, tratta de L’umano sconosciuto a se stesso, e si pone degli interrogavi Chi siamo, cosa siamo? mettendo in risalto che ancora persiste un’immensa ignoranza sull’identità umana. L’uomo è un essere trinitario perché individuo singolare irriducibile, infima parte di una specie biologica e infine parte della società con la sua cultura. L’uomo, che è un insieme di Io egocentrico e di un Noi comunitario, aspira fin dalla nascita, e lungo tutta la sua storia, alla realizzazione di sé all’interno di una comunità solidale; dovrà, inoltre, ricordarsi continuamente che la sua storia si svolge tra due deliri, la fredda ragione e la follia, e dovrà collegare l’Io a un Noi e giungere ad una riforma profonda della conoscenza, della coscienza e del pensiero umani.

Nel settimo capitolo argomento di riflessione di Morin è Il cervello e la mente che sono l’uno nell’altra. Il cervello, macchina ipercomplessa, deterministica, misteriosa studiata dai neuroscienziati, è fonte della mente che, come realtà psichica descrivibile tramite, parole, concetti, discorsi e teorie, si appropria del linguaggio, del sapere e della cultura di una società. Il cervello diventa mente tramite l’attività intellettuale che comporta una parte di sensibilità definita anima. Anima e mente, dipendenti da attività cerebrali permanenti, sono inseparabili, complementari e presenti l’una nell’altra.

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La coscienza, come un’emergenza delle attività della mente, è l’ultimo frutto della mente umana, il suo ultimo sviluppo, la sua qualità suprema. Solo il pieno uso della mente cosciente può farci prendere coscienza del mistero della mente che funziona in modo logico (razionale), analogico (metaforico) e dialogico.

La mente umana ha poteri creativi non solo nelle arti e nelle tecniche, ma anche nella nascita e moltiplicazione dei miti e delle leggende. La creatività dell’uomo, di origine psicocerebrale (di mente e cervello), è in continuità/discontinuità con la creatività vivente ed è un “mistero indicibile” che si manifesta nell’arte, nella poesia, nella musica, nella letteratura, nella scienza, nella tecnica.

Nell’ultimo capitolo, Post-umanità, Morin si sofferma a disquisire sui motori del “vascello Terra”, sospinto dalla scienza, dalla tecnica e dall’economia. Viene analizzato nelle sue luci e ombre e nelle sue ambivalenze il processo di mondializzazione che ha favorito scambi culturali internazionali, ma anche la crescita delle diseguaglianze fra gli uomini e l’egemonia mondiale della finanza sull’economia. Inoltre a tutto ciò si aggiungono i problemi delle migrazioni, della degradazione continua della biosfera e di altri disastri e anche i vantaggi dell’allungamento della vita grazie ai progressi della medicina e della presenza di macchine intelligenti (computer e robot) che darebbero vita a una società umana totalmente automatizzata sotto la legge dell’algoritmo, a una post-umanità, a una nuova specie post-umana, a un “metantropo” (un essere bio-antropo-cyber-elettronico, numerico e anche cosciente di se stesso), a un “uomo simbiotico” nato dalla connessione fra menti umane e macchine intelligenti. Per Morin «la civiltà della potenza e del benessere materiale ha trascurato le aspirazioni ai bisogni della mente e dell’anima umane. Il suo iperattivismo ha ignorato la vita interiore, il bisogno di pace e di serenità».

L’intero saggio del sociologo ecologista Edgar Morin, con un prosa fluida che a tratti diventa visionaria,  mette in evidenza, con la meravigliosa metafora del fiammifero che illumina un piccolo spazio e rivela l’enorme oscurità di ciò che ci circonda, il rapporto, antagonista e complementare, fra conoscenza, ignoranza e mistero. La conoscenza complessa nel suo progressivo avanzamento, mette in risalto l’impossibilità di eliminare l’ignoto, l’inconoscibile e l’impensabile. Lo stupore del mistero, che va progressivamente ridotto, accompagna il cammino dell’uomo nella scoperta dell’universo, della vita e dell’umano.                                                                                                         L’uomo, che si trova a vivere tra conoscenza e ignoranza, dovrà sperare nel risveglio della coscienza e nella forza dell’amore, nel poter vivere poeticamente e aspirare alla gioia e all’estasi perché «vivere è una navigazione in un oceano di incertezze con qualche isolotto di certezze per orientarsi e approvvigionarsi…e partecipare all’avventura dell’umanità». Il mistero rimane come un orizzonte che accompagna l’avventura della vita dell’uomo.

Antonio Polselli

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