Elogio della parola

maffei

Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola.                                            Emily Dickinson

Scienziati, psicologi, filosofi, antropologi, giuristi, storici, letterati e studiosi del linguaggio si stanno interessando sempre più della parola e del linguaggio in rapporto al nuovo scenario di oggi (l‘era digitale), caratterizzato dalla presenza massiccia delle tecnologie e in particolare di potenti strumenti tecnologici, come lo smartphone.

Nel saggio divulgativo Elogio della parola (Editore Il Mulino) Lamberto Maffei, già presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, e professore emerito di Neurobiologia alla Scuola Normale di Pisa, si propone in otto capitoli di analizzare il mondo digitale mettendone in risalto i vantaggi offerti alla vita di ogni cittadino senza ignorare gli effetti collaterali sul comportamento delle nuove generazioni ma anche delle persone anziane, fino ad accennare ai possibili eventi patologici.

L’attenta analisi dell’autore è rivolta alla fuga dalla parola, dal linguaggio parlato, dalla conversazione (come occasione di dialogo, di discussione costruttiva e di relazione sociale), dalla lettura dei libri, fenomeno dilagante fra i giovani, “tribù dalla testa china” secondo una espressione coniata dai cinesi.

Parte centrale del saggio, scritto con uno stile limpido e sobrio, è la parola, osservata e analizzata in tutte le sue implicazioni, a cominciare da quelle neurologiche (capitolo I). Argomento principale del libro è la fuga dalla parola, dall’importanza della riflessione (che stimola a interrogarsi sul presente sul futuro) sulle cause di questo evento e le conseguenze sui rapporti sociali e familiari.

Secondo l’autore nell’odierna società globalizzata si tende ad adottare una lingua unica che possa rendere più facile e spedita la comunicazione tra popoli diversi pur sapendo che non è un bene che questa lingua unica sia imposta da un determinato popolo per imporre il suo potere politico ed economico e che sia necessario evitare il pericolo di indebolire le altre lingue, portatrici di ricchezza culturale, di tradizioni, di storia e di valori dei popoli. In passato un tentativo di unificare le lingue è stato il latino, che ha dominato la cultura europea per più di 12 secoli, poi l’esperanto e oggi è l’inglese globish e per il futuro una strumentale ”lingua robotica”, forse utilissima ma certamente algida e anaffettiva.

Nell’odierno mondo digitale, in rapporto ad una cultura in movimento, alle nuove modalità di comunicazione e ai temi accelerati del flusso comunicativo, occorre educare alla parola soprattutto nella scuola che ha il compito di preparare cittadini critici (e non sudditi muti), oltre che informati. È a scuola che la discussione costruttiva, la parola come “pensiero vivente” (Vygotskij) può trovare il suo ambito migliore. Infatti è importante in ambito scolastico utilizzare metodi e strumenti del mondo digitale, ma evitarne anche i possibili effetti collaterali negativi (come una comunicazione algida senza il calore del contatto umano, e della vicinanza). La scuola della parola è il luogo educativo della riflessione critica, del pensiero lento che insegna a riflettere prima di decidere, a pensare prima di credere.

Di fronte al nuovo scenario della comunicazione digitale, l’autore tiene conto, oltre ai vantaggi per la diffusione dell’informazione e per la socialità, anche degli effetti collaterali riferibili al progressivo impoverimento della comunicazione verbale e della autentica riflessione, all’uso della parola che sembra perdere il suo peso conoscitivo ed emotivo soprattutto nelle nuove generazioni impegnate nell’impiego prolungato dei nuovi strumenti tecnologici (con particolare riferimento allo smartphone utilizzato fin dall’infanzia).

Il cervello umano, per funzionare bene, ha bisogno di stimoli, come la parola detta o ascoltata, il dialogo, la conversazione perché il drastico cambiamento del linguaggio indotto dalla rivoluzione tecnologica può portare a prevenire o almeno a rallentare il declino cognitivo, alla riduzione del linguaggio mimico gestuale delle carezze, dell’abbraccio e del bacio e forse anche del pensiero creativo.

L’autore nel capitolo de Il buon governo si sofferma sulla globalizzazione che rappresenta una rivoluzione, non solo tecnologica, nella storia dell’umanità perché ha cambiato le relazioni internazionali, sociali ed economiche e anche i comportamenti umani e persino le modalità di comunicazione che oggi avvengono con la strumentazione digitale. In particolare analizza i fenomeni straordinari del mercato e del consumismo mettendo in risalto la bulimia dei consumi (bulimia tecnologica)  e l’anoressia dei valori (anoressia umanistica) come la solidarietà e l’uguaglianza. Come neurofisiologo Lamberto Maffei considera gli effetti che la globalizzazione ha sul cervello poiché nel mondo attuale, caratterizzato da nuove modalità comunicative, assistiamo alla scomparsa dell’aura (riverenza, rispetto) del linguaggio e al prevalere delle chiacchiere e pertanto invita a non farci ingannare e a pensare con il nostro cervello.

Il mondo e il genere umano esistono attraverso l’invenzione delle parole. Guardare (volgere gli occhi, posare lo sguardo) e vedere (prendere coscienza dell’immagine, riconoscere) sono due azioni differenti che vengono esaminate dal punto di vista neurofisiologico. E l’autore sostiene che il vedere ha a che fare con il parlare e con il pensare, perché come affermava già Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia «si vede con la mente e non con l’occhio». Sono le parole che portano alla conoscenza e consentono la comprensione dell’immagine rappresentata. Nei secoli comunicazione visiva e verbale si sono intrecciate e in alcuni periodi storici (nel Rinascimento) l’immagine ha dominato sulla parola e in altri (nel XX secolo) la parola ha dominato sull’immagine.

Le immagini parlano e narrano e sono come invitanti copertine di libri di cui la memoria sfoglia le pagine, rivelandone il contenuto; esse risvegliano nella nostra memoria emozioni, ricordi e interessi. Solo la parola trasforma le immagini che parlano in racconto, solo il linguaggio con le parole narra la storie rappresentate.  In questa  nostra epoca la comunicazione è veloce e il guardare rientra nelle valutazioni rapide della realtà, mentre il vedere “parente del linguaggio”, inteso come analisi dell’informazione visiva, fornisce un quadro più approfondito della realtà.

La tesi finale dell’autore/scienziato è  che la cultura è cervello, la cui funzione cambia nei secoli e nelle diverse generazioni e persino nel corso della vita di un individuo. Per questo motivo i conflitti generazionali tra padri e nonni, figli e nipoti dipendono dalla diversità dei cervelli. E oggi nell’era della globalizzazione, del consumismo e del mercato e dello sviluppo straordinariamente veloce della tecnologia, in particolare delle comunicazioni, si verificano profondi gap culturali e comportamentali tra le generazioni, perché c’è confusione tra tecnologia e cultura in quanto la tecnologia non è altro che un sottoinsieme della cultura.                                                                  1

Occorre tenere presente che il pensiero lento ha ceduto il passo a quello rapido, il vedere sta cedendo il passo al guardare, il pensare al credere, il conoscere alla sensazione, il cervello “della conoscenza” a quello motorio. Oggi pare che non ci sia più tempo per ascoltare o riflettere e che tutto debba svolgersi rapidamente. Non si tiene conto che l’evoluzione umana ha generato le parole, la capacità di comunicare con le parole perché l’uomo possa raccontare e che, come è scritto nella copertina del libro, «la comparsa del linguaggio negli esseri umani è legata alla costruzione di quella che chiamiamo “civiltà”».

Antonio Polselli  

 

 

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