Enzo Jannacci, quello che portava le scarpe da tennis

Enzo Jannacci è stata la voce “in falsetto”, ironica e salace della canzone e musica italiana, leggera per modo di dire nel suo caso. I suoi testi, infatti, sono sempre stati d’autore per essere intelligenti, provocatori, stimolanti e, finalmente, “politici”. E’ chiaro che non faceva politica, ma le sue canzoni lo erano nel senso del parlar chiaro, di denunciare il malcostume, il moralismo, l’ipocrisia, quella sì, dei politici. In questo il suo maestro è stato Dario Fo dal quale ha appreso a sdrammatizzare le cose serie rendendole satira buffa e, nella dimensione della satira, appunto a veicolare critiche e denunce serrate. Testi dialoganti, ballate, tirate spesso irriverenti. E’ stato uno di quei personaggi scomodi che non si è mai asservito al sistema, specie a quello televisivo. Fu bocciato sonoramente a una  “Canzonissima” ( dello scandalo,quella di Dario Fo) dove presentò “Ho visto un re” (di D. Fo). Uno spettacolo per la televisione -“Saltimbanchi”- tenuto nel cassetto per qualche tempo, fu mandato in onda in ore notturne. Strategie della censura di allora quando, però, la televisione era buona e vedibile. Considerava la TV per quello che era ed è. “…Mica voglio mangiarmi il fegato anche se la RAI di oggi è meno peggio di quella di ieri”( dichiarazione datata 1981). Vederlo a teatro era uno spettacolo: straordinario performer dall’immediato, cordiale contatto che stabiliva col pubblico, per la simpatia che scatenava nei giovani. Lui è rimasto sempre giovanissimo.

Ha rappresentato indubbiamente un fenomeno smentendo luoghi comuni e pregiudizi generazionali: benché anti-classico e fuori canone egli ha trovato consensi sia nei giovani sia nei meno giovani. Non era facile stargli dietro: anche quando sembrava “disarticolato” di fatto dimostrava di essere un cervello elettronico che prima immagazzina, smista, seleziona, poi ti dà la risposta. I suoi racconti sono surreali, iperreali al punto da sconfinare nell’assurdo (teatro dell’assurdo) eppure i suoi messaggi arrivavano chiari e diretti. “Mi  rivolgo ai giovani parlando chiaro”, diceva.

Dava molta importanza al linguaggio altrimenti, diceva, come fai a capire e ad essere compreso? Sappiamo tutti che era medico, un medico che cantava. “Sono un medico di fabbrica e un superstar”. Era cardiologo a tempo pieno in una fabbrica con 140 dipendenti, in una SAUB e nello studio privato. Diceva di riuscire a conciliare benissimo la professione del medico e quella dell’artista; di cantare anche in ospedale se ciò poteva servire ad alleviare i pazienti. La sua più grande ambizione era di essere un personaggio popolare. E Jannacci lo è stato nel senso vero della parola e del concetto come lo è stato il suo grande amico Giorgio Gaber. Tra le sue canzoni più note ricordiamo “Sei minuti all’alba”, “Soldato Nencini”, “Ho soffrito per te” (ironica già nel verbo storpiato), “Vengo anch’io”. E poi la stramba e surreale “El purtava ‘e scarpe e tennis”, che sembra anticipare la moda oggi dilagante. Ma nel caso della canzone si trattava di scarpe “povere” perché Jannacci rivolgeva lo sguardo al mondo della povera gente, la gente del poeta meneghino Carlo Porta (1700-1800) suo connazionale e predecessore. “…Chi ha perso il ritmo si deve ritirare / non c’è più posto  per chi sa far da solo / due note un sibemolle fuori luogo / vietato fermarsi anche a respirare / che qui la base continua a girare / e chi non sa stare a tempo, prego, andare / perché, perché…ci vuole orecchio” cantava  in  “Ci vuole orecchio”.

“E allora Concerto” è un potente inno pro iuventute:“… ma per capire cos’è che non va qui dentro  di voi / concerto, concerto stasera / ma far capire cos’è che non va qui dentro di me / concerto, concerto…/ ma far dire a chi imbroglia / faccia pure anche finta / ma non rompa i coglioni…/ e  allora i ragazzi eh / entravano / e allora i ragazzi / ti sorridevano / si fidavano, si fidavano, ma sbagliavano, / non capivano ch’era tutto un no / e allora i ragazzi eh / sparavano / e allora i ragazzi eh / / li bucavano / e allora i ragazzi / si ammazzavano / ma per morire, per morire, si nascondevano…” e prosegue ancora ( è lunghissima). Quando gli chiedevano se aveva una particolare strategia di approccio con i giovani, che lo sentivano moderno e attuale per lo swing, il rock o ritmi rocchettari, rispondeva semplicemente che non bisogna rivolgersi loro  “riempendosi la bocca di ‘flusso’ e  ‘riflusso’ o di altre stronzate del genere, che ci vuole chiarezza per farsi capire dai giovani altro che formule e parole che non significano niente”. “…ci vuole orecchio / bisogna averlo tutto anzi parecchio / per fare certe cose”. Uno degli ultimi CD si intitola “Come gli aeroplani”, si apre con una bellissima interpretazione di “Via del campo”in omaggio all’amico De André. La canzone che dà il titolo al CD è un altro di quei testi forti, sostanziosi che fanno la differenza. “…come te che ti riempi di borotalco / ma si capisce che fai schifo / perché quando passi / si sente l’odore / di marcio che ti porti dentro // oh eccone un altro che fa schifo / e gli fan comandare / una rete televisiva / e lo fa da prepotente / come te che sei arrogante / e se rispondi lo fai sempre / malvagiamente, sgarbatamente // perché in tasca hai la pistola / ma al posto del cervello hai solo merda / hai solo merda / che non puzza nemmeno  / curiosamente”.Tutti gli altri titoli sono eloquenti, espressione viva del contenuto vitale e rivoluzionario dei testi e della musica. Chiude l’album “I mulini dei ricordi”:  “….E ti trovi dentro un tunnel / che si perde dentro ai ‘Se’ / della buca dei ricordi / dove il sole più non c’è…./ Quando il sogno svanisce / sai di essere perduto / come foglie sbriciolate / senza averlo ami saputo”. Sì, Jannacci è stato un poeta “amaro”, un cantore della realtà in forma surreale. Sdrammatizzando il brutto uccidendolo con una risata, ma anche con la bellezza dei sentimenti puri.

“…..soprattutto suona a meraviglia lo strumento della propria voce e –ultimo talento- è un uomo colto, spiritoso, un umorista concreto e metafisico allo stesso tempo. In poche parole è mio figlio….Ancora una volta Enzo si conferma autore mordace, eccellente musicista e agilissimo interprete. Che dire di più ? Lunga vita a Enzo !” : così  ha scritto di lui Dario Fo. Noi diciamo lunga vita all’arte e alla poesia di un grande artista e protagonista dello spettacolo musicale e della società civile.  Che continuerà a vivere con la sua acre e costruttiva poesia per e in tutti noi che l’abbiamo compreso ed amato.

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