Generare Dio

cacciari

  Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere                                                                            e  ancora nessuno sa ancora cosa sarà.                                                                                                     Italo Calvino

         L’incipit dell’ultimo vigoroso e ispirato saggio di Massimo Cacciari, Generare Dio (Editore Il Mulino), inserito nella collana Icone. Pensare per immagini, è straordinariamente lapidario «L’icona di Maria diviene; si accompagna a quella del Figlio». Il filosofo veneziano, iniziando il suo percorso di analisi, di studio e di erudita riflessione di fronte all’immagine della Madonna di Mantegna del Poldi Pezzoli, si chiede con quale nome appellare questa Donna-fanciulla, dolce e dolente, paziente e angosciata, piena di dubbi che ha generato il Figlio che è Dio.                                              Dalla grafica, scrivendo Donna e Figlio con la D e la F maiuscola,  si avverte subito con quale spirito di rispetto e di riverenza l’autore si avvicina a queste due figure importanti dal punto di vista della storia e dell’arte soprattutto della nostra civiltà occidentale. Cacciari propone un saggio breve di cultura filosofica e teologica e una riflessione densa di significato sul tema di Maria nella cristianità del mondo occidentale attraverso un’analisi iconografica.                                                                       L’immagine-simbolo della Madonna, genitrice di Dio, «immacolato ricettacolo» (La Deipara), madre di Gesù,  ha avuto, infatti, un ruolo molto significativo nella storia della civiltà europea. L’icona di Maria “generatrice”, che ha concepito, messo alla luce e fatto esistere Dio, è stata sempre unita e accompagnata dalla figura del Figlio, che ha atteso, maturato in grembo, generato, perduto, pianto e ritrovato. Il suo grembo, accogliendo il figlio, ha permesso il primo atto della kénosis, dello svuotamento di Gesù che viene accompagnato dalla madre nel suo destino fin sotto la Croce.                                                                                                                                                                      La meditazione su Maria da Nazareth, che genera e custodisce, ama e patisce come le donne che appartengono alla genealogia di Gesù, avviene attraverso «la straordinaria messe di immagini» interpretate da teologi, filosofi, artisti e letterati le cui riflessioni hanno preso spunto dalle icone dipinte, dalle illustrazioni che permettono di «penetrare attraverso il visibile nell’invisibile».            Massimo Cacciari, attraverso un’esegesi filosofica, attraverso le rappresentazioni iconografiche dell’Annunciazione di Simone Martini, Lippo Memmi, Pontormo, Piero della Francesca, Beato Angelico e Giorgione, e attraverso i versi dei poeti  Rainer Maria Rilke e Wystan Hugh Auden, rilegge la figura di Maria, una fanciulla spaventata dalla improvvisa visita e dall’annuncio del fiammeggiante angelo Gabriele, colei che, vincendo ogni forma di timore e di dubbio, «sceglie di concepire il bambino che la sceglie» e di accogliere consapevolmente con sublime obbedienza e libertà, nel suo grembo, il figlio Gesù.                                                                                        Questa povera e umile fanciulla, capace di ascolto, colma di grazia, nutrita per mano degli angeli, custodita dal buon Giuseppe, acconsente di generare il Figlio, il Messia e medita con anima e corpo, con mente e cuore per comprendere ciò che è avvenuto, per accogliere, custodire e partecipare al destino di ciò che ha concepito e condividere fino in fondo la vita del Figlio, sapendo, come le dirà il vecchio Simeone sulla soglia del tempio, che «anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35).

Le riflessioni di Cacciari sul concepimento di Maria si avvitano sul concetto di ombra come rivelazione del divino, che prepara la luce, perché “forse è solo all’ombra di Maria che finalmente la luce si fa carne. Questa ombra assume il significato di segno del corruttibile, e quindi di morte, e anche di nube luminosa come manifestazione di Dio, e quindi ombra illuminante. Grazie all’ombra le cose assumono forma concreta, si definiscono e di conseguenza sono rappresentabili e possono essere dipinte. In Maria, «donna che ha generato il Figlio senza conoscerlo», si fa «carne l’Ombra del Signore», l’ombra di vita, quella della grande pittura. Solo all’ombra di Maria, che non oscura, la luce finalmente si fa carne. Dall’ombra Maria è stata resa feconda e nel silenzio dell’ombra splende la sua luce, la sua bellezza e custodisce il bambino lasciando che maturi e diventi adulto.

Il rapporto drammatico tra madre e figlio costituisce l’immagine-chiave dell’evo cristiano e la loro relazione di amore diventa il simbolo decisivo. Le due figure sono convergenti e sono destinate a esprimere un significato, un simbolo di unione in una prossimità fatta di gioia e di dolore, di vicinanza e di distanza e di abbandono.

Gesù è fuori, esce dalla sua casa, dalla sua famiglia, seguendo la sua strada e molti ritengono che sia uno sciamano, un indemoniato; nessuno comprende il suo esodo neanche Maria che partecipa con sofferenza all’andar via del Figlio.

Cacciari nel capitolo La croce di Maria prende in considerazione alcuni dipinti di famosi pittori come Andrea Mantegna (Madonna col bambino dormiente, Milano, Museo Poldi Pezzoli), di Giovanni Bellini (Madonna con il bambino benedicente, Venezia, Accademia) di Rogier van der Weyden (Deposizione dalla croce, Madrid, Prado) e di Masaccio (Trinità, Firenze, Basilica di Santa Maria Novella) per analizzarne i contenuti e fornire delle interpretazioni luminose sulle diverse figurazioni mariane.

Sono descritti i volti, gli sguardi compassionevoli, i gesti, le carezze, le posture di Maria e di Gesù, la dolcezza, la tenerezza dell’abbraccio della madre con il figlio. Su queste icone, interpretate come simboli, l’autore, con l’aiuto dei versi di Auden, Mario Luzi, Jacopone, Hölderlin, Rebora e in riferimento a Dante, a san Bernardo, e delle parole di mistici, teologi e padri della Chiesa (Origene, Efrem il Siro, Meister Eckhart, Böhme, Silesius, von Balthasar, Florenskij), riflette sul triste presagio dell’abbandono e della morte di Gesù, sulle sofferenze patite, in maniera imperturbabile, dalla madre per il Figlio in croce, e sulla speranza, dopo averlo generato, di riaverlo accanto a sé dopo la deposizione dalla croce e morire così insieme al figlio ai piedi della Croce «nell’ombra della relazione tra il figlio e la madre».

Nell’analizzare e riflettere sulla figura di Maria, l’autore, collegandosi con la speculazione gnostica, si serve dei Vangeli gnostici e della Pistis Sophia per disquisire ulteriormente su Maria, vera maestra dell’ascolto, donna che obbedisce alla chiamata incondizionatamente e che si annulla diventando pneûma, sostanza spirituale che rinuncia al corpo, alla sessualità e quindi al non generare, ad essere vergine (Parthenos) per farsi angelo. Pertanto la nascita è generazione spirituale, incremento nella carne e la croce è una straordinaria immagine di dolore visto sub specie aeternitatis e tra madre e figlio c’è una relazione simbolica.                                                                                             L’icona-chiave della donna madre con il figlio, nella sua straordinaria ricchezza e profondità di significato e di senso, rappresenta la realtà del simbolo che vuole esprimere la fede nella realtà dell’evento che in essa si dipinge. La natività significa allora l’incarnarsi del Logos attraverso la donna, il trasformarsi in essenza spirituale, il far spazio nell’anima e poterlo così generare verginalmente. Maria non avverte pena nel procreare un vero uomo, ma soffre per il destino del figlio che ha generato e che ama. Scrive l’autore: «Il segno della Croce, nell’icona, sta al centro della stessa natività, e la resurrezione segue realmente alla morte reale».                                                     L’iconografia di Maria è ricca e complessa poiché, attraverso una lettura metaforica o allegorica, la Madonna con la sua sovra-naturalità, è la madre del figlio che ha cura del bambino, è la madre fanciulla, è la sposa escatologica dello stesso figlio. Una Madonna mediatrice tra l’umano e il divino, tra relativo e Assoluto, tra maschio e femmina, tra fanciulla e bimbo, tra madre e figlio. Maria umile e pura, rappresenta il perfetto farsi carne per diventare Madre di tutti gli essenti. «In Maria il mondo celeste bacia quello terreno», bacia il figlio che è Dio, bacia a un tempo il fratello e lo sposo.

Il rapporto che Maria ha con il Figlio definisce la relazione che essa ha con il divino e l’immagine dipinge la donna che, acconsentendo di generare il figlio che è a sua immagine, è carne sua, nutrita da lei, invecchia meditando e soffrendo intorno al destino del figlio. Infatti nel momento in cui lo partorisce sa di doverlo accompagnare alla tomba, lo stringe a sé con dolcezza e prova pietà perché sa di perderlo. Ambedue, madre e figlio sono strettamente uniti dalle fasce, fino a morire.

La morte del Figlio-Dio, indissolubilmente legato alla madre, passa attraverso il Sì della stessa Madre che partecipa al tragico destino, all’oltraggio della morte del Figlio in croce, lungo tutte le stazioni del calvario del Crocefisso così come viene rappresentato nelle immagini liete, tristi e tragiche di alcune fondamentali opere dell’arte medievale e rinascimentale dell’Occidente.

Antonio Polselli

  

 

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