IL RISO AMARO DI MONICELLI

Risate di gioia (1960) di Mario Monicelli ha quattro assi nella manica: A.Moravia (i racconti: Le risate di gioia e Ladri in chiesa), Suso Cecchi D’Amico, grande ed indimenticabile sceneggiatrice, Anna Magnani e Totò cui fa da spalla un altro grande, Ben Gazzarra, abruzzese d’origine. Una commedia degli equivoci da un lato, all’improvviso dall’altro, dove una “barca di comici” venata di goldoniana malinconia approda ad un finale dolce-amaro. Il regista ha intelligentemente tradotto (e fuso) i due racconti cui si è ispirato cogliendo il gusto acre che l’autore ha della vita; che ti insulta, alla quale comunque devi guardare possibilmente con distaccata ironia. Soprattutto con la consapevolezza che magari sarà una gran risata a farti morire. Monicelli ci ha fatto più volte sorridere piangendo. Con “Guardie e ladri” (1951), “La grande guerra” (1959), “I compagni” (1963), L’armata Brancaleone”(1966), “La ragazza con la pistola”(1969), “Amici miei”(1984) e tanti altri, per non parlare di “Un eroe dei nostri tempi” (1955) e “Un borghese piccolo piccolo” (1977), con un Sordi comicissimo e drammaticissimo. Dal succinto elenco della sua filmografia si comprende la natura artistica, intellettuale e umana del regista. Le sue commedie ci segnalano che la gioia di vivere sottintende il mal di vivere, da portare all’occhiello come una coccarda. Commedia all’italiana, ma soprattutto una graffiante commedia umana, di cui sono protagonisti la Magnani e Totò, due incredibili maschere comiche dietro le quali si nasconde l’umore salato della vita: loro ci ridono sopra scanzonati, ma vaccinati. Il messaggio, infatti, è che la vita è un palcoscenico sul quale si recita a soggetto ma, in realtà, il copione è già scritto; tu devi far finta di improvvisarlo. Né più né meno come la Commedia dell’arte prevede e prescrive. Coincidenza vuole che Anna Magnani, nel 1952, interpretò il ruolo di Camilla in “La carrozza d’oro” di Jean Renoir, prima attrice di una sgangherata compagnia di comici italiana che capita alla corte di una colonia dell’ America spagnola (1700). Evidentemente Monicelli se ne ricorda e la “riprende” nel ruolo analogo di Gioia Pennicotti, una comparsa di Cinecittà in arte Tortorella, che la vicenda del film lega a filo doppio ad un vecchio amico, Umberto Pennazzuto detto Infortunio (Totò), che fa il palo ad un ladro (Ben Gazzarra). Il colpo di genio – e di cinema/teatro- di Monicelli sta nell’aver creato un duetto irresistibile di sgangherati e sapientissimi “comici dell’arte” quali sono la Magnani e Totò riportandoli agli inizi della loro carriera, ai tempi cioè del glorioso avanspettacolo. In una sequenza memorabile ce ne regalano una sintesi perfetta di comicità, dominio della scena; maestria nel comunicare il clima sbrindellato e fantastico di un teatro vero. Un teatro della vita quale, in effetti, è stato l’avanspettacolo dove si cantava, si recitava, si ballava “ruttando”, proprio come dopo l’abbuffata di un piatto farcito/misto (in latino “satura lanx” da cui satira). Risate di gioia può ben essere un “Satyricon” in miniatura leggendo-guardando il quale, a più riprese, ti viene il singhiozzo. Segno che ti devi fermare e cominciare a digerire; fuor di metafora: a riflettere. E’ questo il lascito di Monicelli, un’opera comico-satirica di profondo spessore umano e morale.

20131210-231235.jpg

Condividi articolo