Intervista a Mario Balsamo

Balsamo con la madre

 Il registaMario Balsamo è nato a Latinail 12 marzo 1962. Dopo averfrequentatola scuola dell’obbligo e il liceo classico nel capoluogo pontino, si è trasferito all’età di diciotto anni a Roma, dove si è laureato in filosofia presso l’Università “La Sapienza”, con una tesi in Storia del Cinema sulla filmografia di Pier Paolo Pasolini.                      Grazie al suo impegno e al suo ingegno è diventato un apprezzato documentarista, uno scrittore e autore del romanzo storico “Que viva Marcos!”. Ama molto viaggiare (Messico, Brasile, New York …) non solo per il piacere di conoscere altre realtà ma per una innata curiosità antropologica, forse grazie ai suoi studi di filosofia e al suo amore per la ricerca dell’umano.                                                            Come autore e regista ha affrontato, in maniera originale, temi di carattere sociale, antropologico.Al suo attivo ha realizzato numerosi cortometraggi, videoclip e pubblicità progresso (l’ultima per le Nazioni Unite); ha collaborato, come regista, programmista e autore, a diverse trasmissioni televisive della Rai. Attualmente è docente diriferimento di regia documentaria presso Il Centro Sperimentale di Cinematografia – sede di Palermo.       Tra la sua ricca e valida produzione di documentari vanno segnalati) “Sotto il Cielo di Baghdad” (2003),“Il villaggio dei disobbedienti”(2004), “MãeBaratinha, una storia di Candomblé” (2006), “Noi non siamo come James Bond” (2013) e“Mia madre fa l’attrice”(2015).È impegnato in questi ultimi anni anche arealizzare seminari e laboratori di documentaristica in Italia e all’estero. Ha cofirmato, con Gianfranco Pannone, il manuale ‘pratico-filosofico’ per l’ideazione e la realizzazione di documentari: “L’officina del reale”.

Perché il cinema è considerato una forma d’arte completa nel rappresentare la vita e i personaggi di un contesto culturale, sociale e politico?

Per rispondere voglio citare Pier Paolo Pasolini: “(…) la passione che aveva preso la forma di un grande amore per la letteratura e la vita, gradualmente si è spogliata dell’amore per la letteratura ed è tornata ciò che realmente era: una passione per la vita, per la realtà, la realtà fisica, oggettuale, esistenziale intorno a me. Questo è il mio primo ed unico grande amore e il cinema in un certo modo mi ha costretti a tornare a esso e a esprimere esso soltanto. Come è accaduto? Studiando il cinema come sistema di segni, sono arrivato alla conclusione che è un linguaggio non convenzionale e non simbolico come la lingua scritta o parlata che esprime la realtà non attraverso simboli ma tramite la realtà stessa”.                                                                                                          Il cinema danza con le realtà (al plurale), le guida e si lascia guidare; le lusinga e le schiaffeggia; ne viene soggiogato o le doma con aspra tenerezza; ne acuisce la comprensione e, allo stesso tempo, ne conserva e approfondisce il mistero. Credo fermamente che tale danza venga particolarmente bene al Cinema del reale (basta con la parola asfittica: documentari”!), dove ‘reale’ ha ormai assunto significato di diversi, ricchi piani di realtà, inclusi quelli che hanno un’identità finzionale e quelli creati dallo ‘spazio filmico’.

Si può ritenere valida l’idea che il cinema, come “macchina dei sogni”, è in grado di influenzare profondamente l’immaginario individuale e collettivo?

Direi di più: il cinema è PRODUZIONE di realtà. L’immaginario diventa materia concreta; luoghi in cui addentrarsi e da esplorare.La realtà è portata avanti o addirittura creata… E, a seguire, ho un’idea ben precisa di quello che sono i sogni: immagini in attesa di essere materializzate, vissute ad occhi ben aperti. Sogni che si realizzano, sempre: cioè quelli che ci piacciono, parafrasando Che Guevara.

Il tuo cinema, come dice Liliana Cavani, è«una rappresentazione radicale del reale, “una fabbrica di prototipi», o è semplicemente un racconto della vita?

Penso che le due coseconvergano, nel mio cinema e in molto bel Cinema del Reale. Ci sono tante, infinite realtà, eppure ognuna è unica. E si mischiano con la realtà creativa dell’autore, del suo mondo visivo, della sua narrazione. In più, quel ‘semplicemente’ è da me inteso nell’accezione più alta: è semplice ciò che ha sintetizzato tutte le complessità.

Nella tua ricca e articolata produzione filmica, finora realizzata,qual è l’opera a cui sei maggiormente legato e per quale motivo?

Ciascuna ha un suo spazio, un suo volto. Richiama in me un affetto. A volte si dice, come degli amori, che l’ultimo è il più bello perché lo stai vivendo al presente, ma si dimentica che l’ultimo è sempre frutto (per sottrazione o proliferazione) di tutti gli altri precedenti. Nel bene e nel male. Anzi: col bene e con il male!

È condivisibile per te l’idea espressa dal regista Carl Theodor Dreyer«Il regista non conta nulla, la vita è tutto ed è essa a dominare. Quel che importa non è il dramma oggettivo delle immagini, ma il dramma soggettivo delle anime». Perché?

Citazioni altissime! Quello che penso, e cui accennavo prima, è: l’autore è una REALTA anche lui. Una realtà che si fa canale di trasmissione di altre. Canale attivo ‘deformante’, trasfiguratore. È bravo il regista che riesce a intercettare, e miscelare al suo sé, la forza del mondo, della sua drammaturgia, dei sentimenti che attraversano le realtà…

Come mai alcuni tuoi film  hanno una forte caratteristica autobiografica?

È il momento storico di ancorare l’esposizione del proprio corpo, del proprio vissuto alla precarietà (senza che in questo termine ci sia una connotazione negativa, bensì solo il segno dei tempi). Mettersi in gioco per creare un rapporto intimo e fiduciario con lo spettatore. Non solo affermare: “Questa storia te la sto raccontando io”, ma anche: “È la mia storia, credici”, sempre però ben attenti a che la narrazione intima, personale, contenga dimensioni universalizzabili, in cui lo spettatore possa identificarsi o riconoscere contiguità.

Il filmNoi non siamo come James Bond”,che ha avuto il premio speciale della Giuria al Festival di Torino,più che un racconto sulla malattia, un viaggio esistenziale sulla fragilità umana, è una storia bellissima di un’autentica amicizia tra due giovani?

Sì. È proprio così. La malattia è una condizione dell’anima (oltre che del fisico). Una cartina di tornasole che evidenzia i valori fondanti della propria esistenza, nonché le criticità. L’amicizia è una delle risposte che mi sono dato quando mi chiedevo il senso della mia vita, soprattutto a seguito del tumore.

In un’altra intervista hai sostenuto che le categorie della realtà e della finzione nell’ambito del linguaggio cinematografico, in special modo del documentario, sono ormai superate. Puoi argomentare questa tua forte e, per certi aspetti,spiazzante dichiarazione?

Ne ho accennato all’inizio. Ormai non c’è più solo la realtà ‘reale’, c’è quella virtuale, la realtà ‘finzionale’… Quello che si fa nel Cinema del reale produce vita, la porta avanti, definisce altri piani. Questo è successo meravigliosamente, per fare solo un esempio recente, anche nei film di finzione di Richard Linklater, soprattutto in “Boyhood”. La finzione diventa costruzione di relazioni, muta l’esistente. In questa contaminazione continua, chi può stabilire cos’è vero e cosa è falso? Chi può dare una graduatoria a quei livelli che ormai sono tutti paralleli e tutti accreditabili come (le) realtà? Lo dice ormai anche la fisica quantistica! Anche se questo assunto mi piace di più leggerlo in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez (“Cronaca di una morte annunciata”) o in un saggio di Carl Gustav Jung (“Sincronicità”) che in un manuale di fisica!          Attenzione però, questo discorso non ne soppianta un altro, quello della morale: che l’autore fa intervenire (anche se spesso di forma invisibile) nella sua storia, ponendola al vaglio dei suoi valori, delle sue linee direttrici.

Quale significato ha il tuo ultimo film “Mia madre è un’attrice”?(In questi giorni proiettato nelle sale cinematografiche di Latina: la programmazione finirà mercoledì 5 ottobre).È semplicemente la storia di un difficile rapporto tra madre e figlio? Oppure la ricerca di una identità profonda, o ancora  altro?

È la trasfigurazione di un rapporto madre-figlio attraverso l’immaginario cinematografico, quindi attraverso la realtà del grande schermo. Che è anche la passione che accomuna lei e me. La cosa che ho sempre più amato di mia madre è la sua incapacità di distinguere la finzione dal dato reale, tanto da rappresentare il mio banco di prova per chiedermi: “Ma perché distinguerle, poi?” Perché non dargli puro statuto paritetico, con la naturalezza, la commistione, la spontaneità e un pizzico di follia che ha sempre caratterizzato Silvana Stefanini (in arte, mia madre…)?

Da tutto ciò i contorni delle nostre identità diventano fluidi: scopriamo altro, guardandoci e raccontandoci.

 

Cosa suggeriresti a un giovane che voglia intraprendere un cammino professionale nell’ambito del cinema? 

Quello che suggeriva Ettore Scola, su per giù in questo modo: “Vuoi fare cinema? Beh, allora studia architettura, arte, letteratura…” E, aggiungo io: vivi! Infilati nelle realtà: quelle ‘virtuali’ e quelle ‘reali’. Nutriti di mondo, di esseri umani e di tutto quello che questi producono.

Per l’immediato futuro quale progetto hai nel cassetto?

Continuare e approfondire un dialogo con la e sulla… Morte! J (Nota: lo smile rappresenta il tocco leggero attraverso il quale la tratterò).

 

A cura di Antonio Polselli

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