Intervista a Renato Gabriele

renato-gabrieleIl poeta e scrittore di romanzi e drammi Renato Gabriele è nato a Caserta e risiede a Latina da molti anni. La sua opera letteraria è composta da libri di poesia, da opere di narrativa, alcune delle quali sono state selezionate per il Premio Campiello e presentate al Salone del Libro di Torino, a quello di Francoforte e alla Fiera dell’editoria di Roma, nonché da numerosi testi drammaturgici e di saggistica. La sua produzione ammonta nel totale a ventuno titoli.

Nel suo costante impegno culturale si è occupato attivamente anche di arti plastiche e figurative ed ha scritto saggi su riviste d’arte. Per la sua opera complessiva e per singoli lavori è stato più volte prestigiosamente premiato in importanti concorsi nazionali. Per la poesia, con l’opera Le accidiose commedianti, è stato selezionato per il Premio Viareggio.

Renato Gabriele, personaggio poliedrico in quanto poeta, scrittore, saggista e drammaturgo, con la sua articolata e ricca produzione letteraria, è stimato e apprezzato non soltanto nel nostro territorio nazionale, ma anche all’estero in particolare in Polonia, dove è stato insignito dell’onorificenza di Benemerito della Repubblica di Polonia, con medaglia e brevetto del Ministro degli Affari Esteri di quel Paese, quale riconoscimento in onore dei suoi studi intorno alla poesia polacca del Novecento e per aver egli largamente contribuito a far conoscere in Italia quella cultura e quella poesia.

Renato Gabriele è stato invitato dall’Istituto Polacco di Cultura in Italia a commemorare, insieme a Valerio Magrelli, Alfonso Berardinelli, Antonella Anedda e Renato Minore, la grande poetessa polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura, in occasione della di lei scomparsa. Inoltre in occasione della giornata mondiale della Poesia (2014), per la presentazione della traduzione in lingua polacca del suo libro Elegie del cercatore di conchiglie (edito in Italia da L’Argonauta), è stato invitato dall’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, come ospite speciale, per una lunga tournée  che ha toccato varie città della Polonia, in ciascuna delle quali è stata presentata la sua opera poetica. Dell’attività letteraria di Renato Gabriele si sono occupati molti critici e studiosi italiani e stranieri.

Sono state rivolte a Renato Gabriele alcune domande inerenti alla sua attività poetica, saggistica e di uomo di cultura molto presente nel panorama culturale del nostro territorio pontino, che ha molto bisogno di conoscere e apprezzare sempre di più i personaggi che danno visibilità e lustro alla terra pontina.

In quale periodo della tua vita e in che modo ha avuto inizio la tua attività letteraria?

  1. Gabriele- S’inizia quasi sempre nell’adolescenza, così è accaduto a me, anche se potrei dire di aver già dall’infanzia concepito un larvato progetto di essere un giorno uno scrittore. Come molti ho esordito con lo scrivere poesie, che tenevo segrete. La vera intenzione di dedicarmi seriamente e continuativamente alla scrittura è maturata intorno ai ventidue anni. Fu allora che iniziò la mia riflessione anche sulla scrittura narrativa, sulla saggistica eccetera e quindi di là è iniziata la mia professione letteraria.

 Quale significato ha oggi la poesia in una società caratterizzata sempre più dalla rivoluzione tecnologica digitale?

  1. Gabriele – Le ragioni della poesia possono essere oggi affievolite, ma non è pensabile che esse possano scomparire davanti all’avanzata tecnologica. Io credo che essa costituisca uno strumento di conoscenza del mondo. In questa particolare temperie l’uomo sta vivendo un momento di acuta crisi e probabilmente sta rinnovando radicalmente il sistema dei simboli. La poesia serve anche a questo, a questo rinnovamento. Bisogna però realisticamente convenire che la forma poetica è estranea ai più e che spesso è anzi ritenuta sorpassata, non trovando che pochissimi frequentatori e lettori. Questo stato di cose genera una progressiva perdita di interesse nel già sparuto pubblico. La domanda a cui sto rispondendo è dunque ben attinente alla realtà. Tutto il resto, ogni affermazione enfatica sui destini della poesia è a mio parere retorica. La poesia è un territorio letterario difficile, lo è sempre stata e lo resterà. Basti dire che gli stessi poeti non sempre sono assidui lettori di poesia come, per citare un nome ben noto, non è stata lettrice di poesia, per sua esplicita ammissione, la stessa W. Szymborska, nonostante il Premio Nobel assegnatole per i suoi meriti di grande poetessa. Io ho letto tanta poesia e continuo a farlo, con gioia talvolta e con dolore talaltra, giacché la poesia può essere una cosa di lacrime. Non si parla qui di difficoltà interpretativa, cosa su cui si può facilmente concordare, si parla piuttosto dell’impegno e della partecipe risposta emotiva che sempre la poesia richiede e che coinvolge la coscienza e il sentimento delle persone non risparmiando loro angoscia e dolore. La poesia non è un fatto anodino intorno al quale formulare giudizi alla leggera.

 In questo periodo di impoverimento culturale quasi generalizzato, la poesia può fare qualcosa, può darci speranza?

  1. Gabriele -A questo riguardo nutro forti dubbi. Molte sono le deluse aspettazioni delle società, molti sono i problemi contingenti e così la frustrazione. Difficilmente la lingua della poesia potrà farsi consolatoria e indurre una speranza di riscatto culturale. Del resto non bisogna disperare perché vi sono in campo molti strumenti capaci di tanto, molti mezzi alquanto sofisticati e altrettanto utili allo scopo di suscitare la speranza nel genere umano.

Oggi il poeta può avere un ruolo? Una voce discordante, un profeta del futuro o cosa altro?

  1. Gabriele –Vedo alquanto difficile il ritorno della figura del poeta sciamanico e del vate, così come del bardo. Sì, una voce discordante gli si può attribuire, è di certo così, ma anche in questo caso terrei bassi i toni.

 Quali sono i modelli e gli autori di riferimento e le principali caratteristiche del tuo lavoro narrativo?

  1. Gabriele- I miei padri sono allo stesso tempo molti e nessuno in particolare. Sono consapevole di non aver coscientemente mai eletto qualcuno a mio autore di riferimento. Ad essere sincero fin in fondo, credo che il mio forte desiderio di autonomia e di originalità mi abbia tenuto al riparo dall’assumere modelli. Naturalmente non escludo che nella mia scrittura possano essere presenti echi e rispecchiamenti più o meno riconoscibili. Del resto io, come ogni poeta e ogni scrittore, son figlio del mio tempo.

 È condivisibile per te, e perché, l’idea del narratore e scrittore spagnolo, Javier Cercas, che «i romanzi servono soprattutto a cambiare il modo di percepire il mondo del lettore; vale a dire servono a cambiare il mondo?»

  1. Gabriele – Qualche cambiamento nella risposta soggettiva di un lettore potrebbe indubbiamente darsi, ma non sottoscriverei in pieno l’affermazione di Cercas, non sento di accreditarla in maniera sostanziale, per le ragioni che ho già espresse in tema di poesia.

 Spesso gli scrittori hanno rapporti difficili con la propria città d’origine o di adozione. Tu che legami hai con Latina e con il territorio pontino?

  1. Gabriele – Io ho bisogno di instaurare uno stretto rapporto di scambio con i luoghi. Con il territorio pontino, in particolare con la forma urbis di Latina, ho avuto iniziali e non leggere difficoltà. Ma le ho risolte una volta per tutte e direi oggi di sentirmi intensamente legato a questa terra e a questo cielo. Sì, sento un legame profondo con queste acque, con queste erbe…

 Quali difficoltà hai incontrato nella progettazione e stesura del romanzo storico  Il comandante della caccia reale?

  1. Gabriele – Nessuna difficoltà, di nessun genere. Il personaggio era maturo in me, nella mia immaginazione; i luoghi, reali e inventati, costituivano un mondo ben riconoscibile…Nessuna difficoltà, soltanto un grande lavoro di scrittura quotidiana, un lavoro durato venti mesi, per cinquecento pagine fittissime. Per converso posso affermare che il lavoro di stesura, la stessa intensità della scrittura, la gioia quotidiana dell’invenzione letteraria sono stati per me l’origine di un periodo di felicità creativa, il più esteso e il più fermentativo della mia intera attività di scrittore. Per non dire poi delle molte entusiastiche recensioni ricevute e del vero e proprio culto ingenerato in molti da questo romanzo…Questo sì che è il bello dello scrivere, questa è la gioia che ripaga di ogni rinunzia, di ogni attimo speso a spremersi il cervello sulla pagina!

 Chi è Don Nicandro Ferrante, dove nasce e quale significato ha nella trama del tuo denso romanzo storico?

  1. Gabriele – Don Nicandro Ferrante è “ l’uomo di natura”, è l’essere quanto più vicino allo stato di natura e come tale è una forza della natura stessa, una forza arcaica e selvaggia, còlta e descritta nel momento in cui incontra la convenzione del mondo e ne soffre il doloroso impatto.

 Nelle tue opere che tipo di linguaggio utilizzi? Puoi descrivere il tuo percorso di ricerca linguistica?

  1. Gabriele – Nell’intera mia opera la lingua è tutto. Tutta la lingua è a mia disposizione, la lingua alta e quella bassa, quella arcaica e quella raffinata dall’uso colto, la lingua della citazione e quella della primigenia invenzione, la lingua scabra e ruvida, così come quella levigata della nostra migliore tradizione letteraria. Ciascuno dei miei personaggi parla la propria lingua, con i propri tic, con la propria inflessione, con il personale giro sintattico, con i propri vizi e con le proprie virtù. La lingua è una cosa viva, su di essa si scrive la storia della letteratura.

 I tuoi versi, le tue narrazioni possono contribuire a determinare, nei lettori nuovi modi di pensare e di sentire nel loro immaginario e in quello collettivo?

  1. Gabriele – Senza infingimenti di modestia, penserei proprio di sì, se è vero quel che mi dicono. La mia scrittura lascia il segno nell’immaginario dei lettori e ne condizione la lingua.

 Quali progetti hai per il futuro?

  1. Gabriele – Desidero morire leggendo una poesia davanti ad un pubblico in trance.

a cura di Antonio Polselli

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