La “vivandiera” degli ebrei nascosti a Melogrosso nel 1943

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Settantadue anni fa, il 16 ottobre 1943, la razzia nazista del ghetto di Roma. Poco più di una settimana dopo, una squadra delle stesse SS che hanno inviato ai forni di Auschwitz oltre mille ebrei romani, sale a Sezze per catturare la piccola comunità israelitica locale, le famiglie Di Veroli e Spagnoletto-Veneziani, 17 persone in tutto. Gli ebrei setini non si fanno sorprendere. Amedeo Spagnoletto e i suoi fuggono poche ore prima della retata, trovando ospitalità a Suso, in casa di un amico.I Di Veroli la scampano per un soffio: la polizia tedesca è già in piazza IV Novembre, dove abitano, quando abbandonano precipitosamente la propria casa attraverso i tetti, rifugiandosi in quella di un vicino, Luca Campoli, che li tiene nascosti, salvandoli dall’arresto e dalla deportazione. Ma quel piccolo appartamento nel cuore del paese è un nascondiglio precario, esposto a mille rischi. Vi restano una quindicina di giorni, poi si rifugiano nel podere di un altro amico, Luigi “Giotto” Carlesimo, un agricoltore che vive da sempre in contrada Melogrosso, ai piedi del Semprevisa.

In casa dei Carlesimo Cesare Di Veroli e i suoi familiari, 9 persone, si nascondono sino alla seconda metà di dicembre quando, poco prima di Natale, si trasferiscono, come gli Spagnoletto-Veneziani, nel casolare di Quirino Ricci, in pianura, sulla Migliara 45, dove nel maggio del 1944 arriva finalmente la liberazione. L’intera vicenda della persecuzione degli ebrei nell’allora provincia di Littoria è stata ricostruita in un libro pubblicato nel gennaio 2014 dalla Giuntina di Firenze (“Non ha dato prova di serio ravvedimento”). Gentilina Carlesimo, figlia di Luigi, allora quattordicenne, ha un ricordo nitido di quei giorni in cui quel piccolo gruppo di ebrei perseguitati era rifugiato nella sua casa. Il servizio che segue si basa sul suo racconto inedito.

di Emilio Drudi

Su allo Strammarello, un pianoro in contrada Melogrosso, sulle falde del monte Semprevisa, il piccolo casale dei Carlesimo c’è ancora. Una costruzione rustica in pietra viva a vista, robusta come si usava una volta, con il tetto a due spioventi di tegole antiche, coperte da un velo di muschio. Ora non ci abita più nessuno. Poco lontano, semisommersi dai rovi, sono ancora visibili la base e qualche mozzicone di muro della capanna di pietre, fango e strame dove Luigi Carlesimo ha nascosto il piccolo gruppo di ebrei che gli aveva chiesto aiuto: Cesare Di Veroli, sua moglie Ada, i figli Umberto, Adolfo e Giuseppe; la cognata Costanza e sua figlio Alberto, con la sorella Ester ed Ermelinda, una nipote adolescente, e Giovanni Piperno, un parente di Roma. La zona è ancora quasi isolata. Le case che hanno invaso la conca di Suso cominciano più in basso. Per arrivarci bisogna inerpicarsi su una stradina ripida, col fondo di ghiaia e sassi. Tutt’intorno crescono rigogliosi cespugli di strame, l’erba rustica da cui deriva il nome della zona. Un nome persino dimenticato: pochissimi lo usano ancora a Sezze e se si chiede in giro quasi nessuno sa dare indicazioni, solo qualche anziano che ha vissuto da quelle parti in passato. Appena più in alto la montagna è intatta: le coltivazioni e gli oliveti finiscono e le balze salgono ripide verso la cima, con rade macchie di alberi e cespugli, punteggiate dal bianco dei roccioni di calcare, che bucano lo strato sottile di terriccio.
Lì i Carlesimo, contadini da sempre, avevano tutta la loro vita: campi da coltivare a grano, granturco o mais, pochi ettari di oliveto e di vigna, l’orto, un mulo e qualche altro animale da lavoro o per le necessità di famiglia, dal pollame a un paio di pecore o poco più. Una famiglia numerosa – Luigi, la moglie Giulia Mele, sette figli (Elia, la maggiore, nata nel 1926, e poi in scala Sante, Salvatore, Angela Maria, Antonietta, Fausta e Gentilina) e una zia, sorella di Luigi – ma senza problemi economici. Anzi, abbastanza agiata per i parametri dell’epoca e del paese. Guidata con “autorità patriarcale” da Luigi, il quale si riservava sempre l’ultima parola in tutte le questioni importanti. Rare anche le puntate a Sezze, distante quattro o cinque chilometri. A muoversi per andare in paese, per sbrigare le esigenze quotidiane o semplicemente “per andarci”, era soprattutto Luigi. Almeno finché i ragazzi maschi, Sante prima e Salvatore poi, non si sono “fatti uomini”.
Gentilina Carlesimo ha vissuto allo Strammarello con la famiglia fino a che si è sposata. Subito dopo il matrimonio, anzi, ha cambiato anche paese: si è trasferita vicino a Pontinia, in uno dei poderi assegnati ai “coloni” della bonifica dall’Opera Nazionale Combattenti, lungo quella che allora era la via Mediana, da Latina a San Felice Circeo, ed ora è la statale 148 Pontina.

***

“Mi ricordo bene di quella famiglie di ebrei che è stata a casa nostra durante la guerra, quando Sezze era piena di tedeschi. Mio padre li ha trovati una mattina vicino al nostro casolare, allo Strammarello, in contrada Melogrosso. Era presto. Mio padre usciva sempre presto da casa per i suoi lavori in campagna. E’ andato nell’oliveto e li ha visti lì, che si riparavano dal freddo e dall’umido dell’alba sotto agli alberi. Erano tanti, una decina più o meno. Tutta la famiglia di Cesare Di Veroli, compresa la cognata di Cesare e suo figlio. Erano arrivati di notte, all’improvviso. Ma penso che non siano arrivati da noi per caso. Mio padre doveva sapere qualcosa o comunque loro erano sicuri che lui li avrebbe aiutati. Venivano da Sezze. Probabilmente si sono mossi col buio per non farsi vedere, dato che – come ho saputo in seguito – erano scampati per pochissimo alla caccia che le SS e la polizia tedesca davano agli ebrei. Credo che li abbia nascosti e ospitati inizialmente un altro amico e che poi, dopo qualche giorno, non so dire quanti, siano venuti da noi. Sono arrivati che era ancora scuro e allora non hanno voluto ‘bussare’. Hanno preferito aspettare che facesse giorno, insomma.
“Alle prime luci mio padre è uscito e li ha visti lì, riuniti in gruppo come se lo aspettassero. Lui conosceva Cesare Di Veroli, che aveva un negozio di stoffe e tessuti a Sezze, proprio in centro, sulla piazza dei Leoni. Era un suo cliente. A fare tutte le spese importanti era mio padre. Anche per roba come le stoffe: magari, in questi casi, si faceva accompagnare da mia madre, ma era sempre lui poi a decidere e a pagare. All’epoca si usava così. E poi lui era molto ‘patriarca’: nelle cose di casa voleva sempre l’ultima parola. Da cliente credo che sia a poco a poco entrato in confidenza e poi addirittura in amicizia con Cesare. Ecco perché dico che Cesare, in quei momenti difficili, doveva essere quasi sicuro che mio padre lo avrebbe aiutato. Appena lo ha visto nell’oliveto, infatti, gli si è fatto incontro e gli ha chiesto se poteva ospitarlo per un po’, sistemandoli da qualche parte. Magari, anzi, avevano preso qualche accordo in precedenza. Certo è che mio padre non si è tirato indietro. Non so bene come si siano svolte le cose nella fase prima del loro arrivo da noi, perché né mio padre né mia madre ci hanno mai raccontato granché: allora per motivi di sicurezza e perché ‘non era cosa per noi ragazzi’; in seguito perché i miei erano restii a parlarne: non davano peso a quello che avevano fatto.
“In casa noi eravamo in sette. Mio padre Luigi, che allora aveva 60 anni esatti; mia madre Giulia, di poco più giovane; io e tre dei miei fratelli: Elia, la maggiore, e i due maschi, Sante e Salvatore. Inoltre, una zia. Le altre tre mie sorelle, Angela Maria, Antonietta e Fausta, si erano già sposate e avevano messo su casa col marito, poco lontano da noi, sempre nella conca di Suso. Anche senza di loro, però, il nostro casale era troppo piccolo per ospitare tutto il gruppo. Allora mio padre ha sistemato una capanna che avevamo poco lontano, ai margini dell’oliveto. Una di quelle capanne tipiche delle nostre parti, con le pareti di pietre a secco, il tetto di rami intrecciati e strame, il pavimento in terra battuta. Senza finestre e con una porta rustica a chiudere l’ingresso. Molti contadini in capanne così ci vivevano tutto l’anno: era la loro casa. In contrada Melogrosso e alla Chiesa Nuova ce ne erano tantissime. Per tutto il tempo che è stato da noi il gruppo intero ha abitato lì e in un’altra capanna simile, più piccola, che sempre mio padre ha preparato per loro nei giorni successivi, dopo aver ripulito il pianoro da erbacce e rovi.
“Era già autunno inoltrato. Forse la fine di ottobre o i primi di novembre. Ne sono sicura perché cominciava a fare freddo. Per fortuna, scappando da Sezze, i Di Veroli si erano portati un po’ di indumenti pesanti e qualche coperta. L’essenziale, insomma, per affrontare l’inverno, che su allo Strammarello, a mezza costa sulla Semprevisa, si fa sentire parecchio. Specie se si è costretti a vivere in una capanna, con dei pagliericci per dormire e dove si possono avere solo un po’ di fuoco o un braciere per scaldarsi. Per il mangiare, invece, ci pensava mia madre. Anche con l’aiuto di una sorella, mia zia, che abitava con la sua famiglia poco distante da noi, nella contrada della Chiesa Nuova. Roba in casa ce n’era: farina bianca per la pasta o il pane e gialla per la polenta, fagioli, vino, olio. Il raccolto era stato buono e i miei, in previsione delle ristrettezze legate alla guerra, avevano fatto una buona scorta. Cesare Di Veroli e sua cognata avevano un po’ di denaro e contribuivano alle spese. Davano i soldi a mio padre o magari, quando capitava, compravano qualcosa loro stessi dai contadini lì intorno: legumi secchi, farina, qualche pollo o magari della carne. Tutta roba che era poi mia madre a cuocere, perché nella capanna non c’erano fornelli, pentole o altro. I contadini che vivevano in ‘case’ come quella cucinavano direttamente sul fuoco, all’aperto quando era bel tempo o dentro quando pioveva o faceva troppo freddo. Ma loro erano ‘di città’, non erano abituati. E poi mancavano tegami, stoviglie. Tutto il necessario, insomma.
“Ecco perché mia madre preparava per tutti. Poi ero io, in genere, a portare la roba cucinata fino alla capanna. Ero contenta di farlo. Avevo 14 anni, curiosa di tutto. La presenza di tutta quella gente ‘forestiera’ mi intrigava. O comunque era un diversivo nella vita sempre uguale che facevamo lassù, lontani da tutti. A casa mi avevano detto che erano ebrei. Io però non sapevo bene che cosa significasse ‘essere ebrei’ in quegli anni. Per me erano sfollati come tanti. Come le tante famiglie che avevano lasciato Sezze o erano salite dalla pianura fino a Suso a causa della guerra. Anche se intuivo che erano sfollati un po’ particolari, più in pericolo degli altri, perché mio padre mi aveva raccomandato di non parlarne con nessuno e di essere prudente: ‘Con tutti questi tedeschi in giro, meno si sa che ci sono da noi questi amici, meglio è’, ripeteva.
“Di tedeschi, in effetti, se ne vedevano tanti. Sono cominciati ad arrivare proprio a metà autunno. Hanno occupato tutte le ville e le tenute più grandi della conca di Suso. Anche su da noi capitavano spesso. Ma il mio compito di ‘vivandiera’ a me sembrava quasi un gioco. E poi mi sarebbe piaciuto parlare, stare un po’ con questi ‘cittadini’ arrivati da Sezze. Ogni volta, invece, tutto si riduceva a un incontro di pochi minuti: consegnavo il mangiare, un saluto e via… Mi sembravano tutti fin troppo ‘sulle sue’ e questo mi indispettiva non poco. Soltanto dopo ho capito il perché di tanta prudenza. Loro non uscivano quasi mai dalla capanna o dal piccolo spiazzo lì intorno che mio padre aveva ripulito. Gli anziani, in particolare. I ragazzi si vedevano un po’ di più, ma in genere ‘sparivano’. Magari in fondo all’oliveto o nei boschi lì vicino. Stavano ben attenti a non farsi notare e a non attirare l’attenzione. Specie quando giravano più tedeschi del solito: pattuglie in perlustrazione o anche soldati che salivano fino al nostro casolare per comprare vino o un po’ di cibo fresco: uova, qualche pollo… I miei cercavano in ogni modo di mostrarsi amichevoli con quei soldati. Di conquistarne la fiducia, insomma. O comunque di non insospettirli. Mentre i Di Veroli si rintanavano il più possibile, cercando di passare per una famiglia di ‘normali’ sfollati: gente di città che aveva lasciato la propria casa e che si trovava a disagio in quella vita rustica di campagna.
“Anche noi di famiglia, del resto, avevamo motivo di essere prudenti. Un motivo ‘diretto’, diciamo, e non solo per l’ospitalità che davamo ai Di Veroli. Mio fratello Sante, il maggiore, ‘Santuccio’ come lo chiamavamo in famiglia, quando è stato annunciato l’armistizio era militare. La sera dell’8 settembre si trovava in una caserma di Gaeta. Il suo reparto si è sfaldato già durante la notte, poche ore dopo che alla radio era stato letto il messaggio di Badoglio che annunciava in pratica la fine della guerra. O comunque lui e quasi tutti i suoi compagni così hanno interpretato quel messaggio: la fine della guerra. ‘C’era una gran confusione – ci ha raccontato in seguito – I nostri ufficiali non sapevano cosa fare. Non c’erano ordini, disposizioni, niente. Sembrava tutto finito. Così in tanti abbiamo deciso di tornare a casa…’. Quella notte stessa o la mattina poco dopo l’alba è scappato: ha lasciato Gaeta e si è incamminato verso Sezze, cercando strade secondarie perché stavano arrivando i tedeschi. Per fortuna non era molto lontano da casa. Il suo ritorno me lo ricordo come adesso, perché ho rimediato da mio padre uno schiaffone che ancora lo sento.
“Credo fosse il 10 settembre. Intorno a mezzogiorno. Ci stavamo mettendo a tavola. Insieme a mia madre stavo finendo di sistemare i piatti e, chissà perché, mi è venuto di esclamare: ‘Lasciamo un piatto anche per Santuccio…’. Avevo spesso di queste uscite: mi piaceva intervenire, dire la mia, attirare l’attenzione, insomma. Magari per dare sfogo al mio carattere un po’ ribelle e indipendente. Mio padre che, con quel caos seguito all’armistizio, doveva essere molto preoccupato per la sorte di mio fratello, di cui non avevamo notizie da tempo, mi ha lanciato un’occhiataccia e: ‘Falla finita – mi ha detto – Siediti e mangia…’. Ed io: ‘No, adesso esco e vado incontro a Santuccio’. Sono uscita e mi sono diretta verso la valle. Ho fatto appena poca strada e ho visto venire su mio zio proprio insieme a Santuccio. Mio zio abitava un po’ più in basso di noi, vicino alla casa della fidanzata di Sante. Così, arrivando da Gaeta a Melogrosso, lui si era fermato prima dalla ‘morosa’ e poi era passato a salutare lo zio, che adesso lo stava accompagnando da noi. Io sono corsa ad abbracciarlo e poi mi sono precipitata su per la salita tutta d’un fiato, fino a casa; ho spalancato la porta e ho gridato: ‘Ecco Santuccio!’. Mio padre questa volta non si è limitato a un’occhiataccia: si è alzato e mi ha mollato un ceffone: ‘Smettila di giocare!’. Poi è rimasto di sasso quando, pochi istanti dopo, è arrivato davvero Santuccio.
“Nei giorni successivi si è riformato il fascismo, con la repubblica di Salò, e la conca di Suso si è riempita di tedeschi. I miei non lo davano a vedere ma vivevano nel timore che le nuove “autorità” venissero a riprendersi Santuccio come soldato o che magari lo arrestassero per essere scappato dalla caserma. In giro si sentiva dire che i fascisti stavano ricostituendo l’esercito e che sarebbe stata bandita la leva per richiamare i giovani sotto le armi. O anche che i tedeschi facevano retate di uomini da mandare al lavoro obbligatorio. Poi, in realtà, nessuno è venuto a cercare mio fratello. Ma tutte quelle “voci” non lasciavano certo tranquilli. Bisognava stare in guardia, insomma. E ancora di più quando i Di Veroli sono arrivati da noi, circa un mese e mezzo dopo che Santuccio era ritornato a casa, per cercare di salvarsi dalla ‘caccia agli ebrei’ condotta dalle SS e dalla polizia fascista.
“Proprio per questo andavo quasi sempre io a portare da mangiare ai Di Veroli, una o due volte al giorno, e a tenere i contatti con loro: ero una ragazzina e davo meno nell’occhio: ‘A me – dicevo sempre ai miei – i tedeschi non mi fermano’. In effetti, non mi hanno mai fermato e comunque avevamo concordato che, se mi avessero chiesto qualcosa, avrei raccontato che stavo portando da mangiare a una famiglia di sfollati che aveva chiesto il permesso di rifugiarsi in una nostra capanna. Era una storia plausibile: ce n’erano tanti di sfollati nella conca di Suso…
“E’ andata avanti così per più di un mese. Grossomodo fino a metà dicembre. Poi quegli amici ebrei se ne sono andati. Sicuramente prima di Natale. All’improvviso così come erano arrivati, almeno per me. E di notte. Anche questo lo ricordo bene perché la sera prima ero stata come al solito a portare da mangiare a tutti. Poi la mattina, passando vicino alla capanna, mentre andavo verso l’oliveto, non li ho più visti. ‘Sono partiti’, mi hanno detto i miei, senza aggiungere altro. Ma mio padre anche stavolta doveva sapere qualcosa. Si vedeva che erano andati via in gran fretta, perché nella capanna avevano lasciato quasi tutta la loro roba, anche abiti, coperte, scarpe. Sembrava una fuga più che una partenza. E’ probabile che sia venuto qualcuno a portarli via ‘in segreto’. Ma credo che mio padre sia stato informato: se erano stati costretti a scappare, avevano bisogno del suo aiuto e soprattutto del suo silenzio. Con me, però, mio padre non ha fatto parola. Lui era di carattere chiuso. In casa parlava poco: gestiva tutto ma parlava poco. Figurarsi se poteva ‘confidarsi’ su questa storia con me, una ragazzina di 14 anni. Né io ci ho pensato più di tanto. E, ovviamente, non sapevo nemmeno lontanamente dove potessero essere andati.
“Non li ho visti più sino alla fine di maggio del 1944. Anche questo me lo ricordo bene perché pochi giorni prima mio fratello Sante era stato preso e portato via da una pattuglia di tedeschi. Erano gli ultimi giorni dell’occupazione. Gli Alleati stavano per arrivare: si sentiva dire che gli americani erano ormai vicinissimi. Le campagne e le colline di Suso si erano riempite ancora di più di sfollati: Sezze era stata bombardata pesantemente diverse volte, c’erano stati molti morti e feriti, case crollate, un disastro. E la gente se ne era andata quasi tutta, abbandonando il paese e adattandosi a vivere dove capitava, anche nelle grotte. Se ne stavano andando anche i tedeschi. Passavano con i camion e le macchine nella strada in fondo alla conca, ma molti si ritiravano a piedi, risalendo la Semprevisa per scavallare la cima e ‘calare’ dalla parte di Carpineto. E’ stata una pattuglia di questi che andavano via a piedi a bloccare Santuccio. Lui stava tornando a casa con il nostro mulo. Probabilmente a quelli interessava proprio il mulo. Gli hanno caricato in groppa zaini e armi, costringendo poi Santuccio a governarlo e a seguirli su per la montagna. Non ha neanche avuto il tempo di avvisarci. Ai miei lo ha detto un vicino che aveva visto tutto. Mia madre non si dava pace. Mio padre non si lasciava andare, ma si vedeva che era molto preoccupato. Tutti in famiglia lo eravamo. Sembrava assurdo: preso prigioniero e portato via chissà dove proprio mentre la guerra, almeno da noi, stava finendo. Avevamo paura che lo portassero in Germania: si sapeva che lì c’erano tantissimi prigionieri italiani. Per fortuna, invece, quella pattuglia aveva sequestrato Santuccio soltanto per prendersi il mulo: hanno superato la cresta della montagna, sono scesi verso Carpineto e la strada provinciale, lo hanno trattenuto ancora un po’ e alla fine lo hanno lasciato andare. Lui si è rifatto tutta la strada a piedi, badando bene a non incappare in qualche altra pattuglia di tedeschi, ha scavallato di nuovo la montagna ed è arrivati a Melogrosso. E’ stato via in tutto due o tre giorni, ma sono stati giorni terribili.
“In quello stesso periodo è tornato da noi Cesare Di Veroli con qualcuno dei figli. Si è fermato un po’ a parlare con mio padre, a raccontare dove si erano nascosti in quei mesi. Come si erano salvati. Ora che tutto era finito era venuto per riabbracciare chi l’aveva aiutato. La sua casa a Sezze, in piazza dei Leoni, vicino al negozio, lasciata quando erano dovuti scappare nell’ottobre del 1943, era stata saccheggiata. Neanche il negozio si era salvato da furti e razzie. In pratica non avevano quasi più niente. E purtroppo mio padre ha dovuto dirgli che anche la capanna dove avevano trascorso più di un mese era stata razziata. Quando loro erano fuggiti di notte, lui aveva lasciato all’interno le loro cose così come le aveva trovate, sbarrando bene la porta con un paletto. Durante l’inverno, però, qualcuno aveva sfondato quella rudimentale chiusura e portato via tutto, tranne un vecchio paio di scarpe. Sono sicura, conoscendone il carattere, che era desolato per quel furto: si sentiva quasi responsabile. Lo ha sicuramente capito bene anche Cesare Di Veroli. Lui e mio padre, infatti, sono diventati grandi amici.
“Cesare e i suoi, anzi, hanno sempre dimostrato una grande riconoscenza verso tutta la mia famiglia. Ricordo che negli anni del dopoguerra, quando mi vedevano in giro per Sezze, per strada o nella piazza dei Leoni, dove avevano riaperto il negozio, si fermavano sempre un po’ con me, insistendo perché accettassi almeno un gelato o un caffè. Sempre, finché Cesare è stato in vita e i suoi figli si sono trasferiti da Sezze. Perfino quando io, ormai sposata, sono andata ad abitare a Pontinia e i miei non c’erano più. Pontinia era una delle piazze che Cesare, i suoi figli e il nipote Alberto frequentavano regolarmente nel loro giro dei mercati settimanali, già da prima della guerra, quando la città era appena nata. Beh, quando andavo al mercato mi chiamavano immancabilmente al loro banco di stoffe e mi portavano al bar: ‘Almeno un gelato per la tua bambina…’, insistevano. E per noi di famiglia c’è stato sempre un trattamento speciale a quel loro banco.
“Era gente di cuore. Che non ha mai dimenticato chi le è stato amico nei momenti più duri. E’ stato proprio questo affetto che ci hanno dimostrato a tenere vivo in famiglia il ricordo di quel mese dell’autunno 1943 passato con loro a Melogrosso. Anzi, ho saputo più da loro che dai miei quello che era successo, i rischi, le paure… Ma mio padre era così: si teneva sempre tutto dentro e anche di questa storia non ha mai voluto parlare granché. Aveva fatto quello che riteneva giusto e basta. Allora anche noi in famiglia, io che facevo la ‘vivandiera’ e i miei fratelli maggiori, Elia e Sante, che probabilmente avevano intuito più di me che cosa stavamo facendo, l’abbiamo sempre presa come una cosa normale. Una cosa che bisognava fare”.

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