TEATRO ITALIA O DELL’ASSURDO

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Alla recessione galoppante, alle guerriglie governative, agl’ innumerevoli insoluti di questo paese si assomma il caso Schettino. A nostro avviso la prova del nove, se ce ne fosse stato bisogno, a conferma di che sorta di paese è l’Italia. Un esempio eclatante, più assurdo del teatro dell’Assurdo. Il senso e il messaggio del quale sono critici e al tempo stesso morali poiché gli autori e i contenuti di esso mirano a far riflettere sul contrario di quel che si rappresenta. L’Assurdo insomma è la cartina di tornasole atta a rilevare tutto l’insensato, il drammatico dell’esistenza, il vuoto, l’assenza di valori etc. Quindi la constatazione desolata di un dato di fatto e insieme la risposta “negativa” ( negare l’impossibilità) circa la via d’uscita dal buco nero, esistenziale e non. Il teatro, dunque, adempie onorevolmente la sua funzione. Nel teatro Italia, invece, tutto accade disonorevolmente mancando la critica e l’autocritica. L’intervento dell’ ex comandante della Concordia all’Università La Sapienza di Roma è un assurdo che nessun autore del teatro così denominato avrebbe concepito; un “atto senza parole” (tanto per rimanere in tema con Beckett) e cioè qualcosa che lascia ammutoliti. Un atto immorale. Che assottiglia la speranza di ritorno o ripresa per un paese come questo. Nonostante Renzi. Il caso sollecita almeno due riflessioni. La prima riguarda l’Università e quei docenti i quali abusano del loro potere accademico, permettendosi libertà non consentite sul piano dell’etica professionale e nei confronti degli studenti. Si è mai sentito, ad esempio, di un voto d’esame intermedio (es. 19/20), da risolvere al momento della verbalizzazione del medesimo con una domanda lampo (prendere o lasciare) ? Così si usa in una tal facoltà. Per non parlare della revisione delle “parole crociate” (domande-risposte a crocette), per la quale vigono criteri disparati di valutazione o punteggio. Bene ha fatto il Rettore Prati ad inviare una mail a tutti gli iscritti alla Sapienza con cui deplora l’intervento di Schettino dissociandosi da esso; a prendere provvedimenti nei confronti dell’altrettanto assurdo docente che ha avuto la brillante idea di invitarlo. Meglio farebbe se monitorasse più attentamente l’operato di certi presidi di facoltà, i quali a loro volta non sono affatto informati di certe modalità e comportamenti in sede di esami e non. La tristezza è che nell’Università come in Italia la libertà sconfina nel farsi le regole a modo proprio. La pazza idea del docente in questione (cancelliamo il nome per repulsione) non contrasta con un sistema universitario fondato, nel peggiore dei casi, su un frainteso concetto di libertà; confinante con l’arbitrio. Un sistema di cui La Sapienza di Roma è al primo posto per disorganizzazione ed incuria. La seconda riflessione riguarda Schettino. L’accaduto di per sé è tanto più disarmante in quanto la spia di un malcostume congenito ad una nazione dai “facili costumi”, dove può essere consentito l’inverosimile. Precisiamo che tanti scandali si sono susseguiti nel tempo in altre nazioni, dove più dove meno. In America ce ne sono stati di clamorosi. La differenza, però, è che là e altrove essi hanno fatto scattare il livello di guardia e di controllo. Ciò che è mancato e continua a mancare in Italia. E’ l’ostacolo che sta incontrando Renzi, il quale viene osteggiato o intralciato proprio sul “limite” che vorrebbe porre-imporre. A prescindere dalle pendenze penali in corso o dal giudizio, è mai pensabile che un soggetto comunque irresponsabile, causa di un disastro umano ed ambientale immane possa essere insignito dell’onore “accademico”? Non importa se in qualità di testimone o di relatore o di altro. Il solo fatto che gli sia stato permesso sia pure per iniziativa di un singolo, è oltremodo offensivo per l’istituzione e la nazione. Si potrebbe sospettare perfino dell’orchestrazione di un piano riabilitativo, di una mossa per ricomporre l’ immagine dello Schettino. Ancora una volta di una bassa manovra politica? E a qual fine ? Alla luce delle enormità di cui il paese è stato vittima e complice non ci meraviglieremmo. Sarebbe già una consolazione se questa fosse l’ultima enormità, che peraltro riguarda il settore dell’istruzione pubblica e della cultura. Consideriamo un atto dovuto le rimostranze o reprimenda del ministro che non bastano, però, ad assolvere l’apparato governativo scolastico per le miserevoli condizioni cui sono costrette le Università e gli istituti scolastici. Poiché il paese soffre di mali gravissimi in ogni settore, quelli della scuola e sanità da sempre passano in terz’ordine. E’ chiaro che Renzi deve pensare ad arginare il disastro, ma della scuola si parla quel tanto che basta per tacitare sollevazioni a seguito di alzate di ingegno (governativo) circa proposte che dopo pochi giorni, per la loro incongruenza o assurdità, devono essere immediatamente ritrattate. E’ la dimostrazione che si continua a considerare la scuola un “piccolo mondo antico”, che non ha motivo di progredire se non virtualmente, inzeppandola cioè di marchingegni telematici fine a se stessi. Un mondo fino ad oggi gelosamente “custodito” dai sindacati, i quali ne hanno fatto uno dei serbatoi più capaci per la loro politica. Vorremmo consigliare perciò a Renzi di essere più cauto nel fare promesse non solo circa le prospettive economiche (di cui esperti qualificati lamentano la concretezza), ma anche circa mutamenti e miglioramenti della scuola. Se non dopo avere depotenziato (preferiremmo esautorato) i sindacati, corresponsabili almeno al cinquanta per cento dei mali che l’affliggono da molti anni. Intenzione già da lui genericamente manifestata, timidamente per ora attuata. La scuola è affare molto serio e delicato e per questo richiede cure ed interventi né episodici né di facciata. Dante direbbe che essa è il “primo motore immobile”, l’impulso primario per tutti gli altri motori della società.

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