Tumore al Seno.IO NON HO PAURA A cura di Giorgio Maulucci

 “Io ho paura! Ho paura!” è l’ultima battuta del terzo Momento de “I giganti della montagna” di Pirandello, l’ultima commedia rimasta incompiuta per il sopraggiungere della sua morte. Paura generata dall’arrivo dei giganti, simbolo e/o metafora della barbarie contemporanea, dello sprezzo per la cultura e per l’arte. Paura della sopraffazione, di morire. Per la donna, nel caso del cancro o tumore alla mammella, si tratta di combattere un gigante-sparviero, un killer sempre in agguato. Una montagna impervia, irta di ostacoli e perigliosa benché non impossibile da scalare in virtù di sentieri alternativi e praticabili. Una verità, la diagnosi o sentenza, che piomba addosso come un macigno lanciato da una montagna prima sconosciuta. Pirandello insegna che la verità è nuda, vera e falsa ad un tempo, non sempre attendibile o conclamata. Sostanzialmente, lascia dedurre, la verità che non si trasforma in qualcos’altro è terrore e annientamento. Tematica a lui cara e ricorrente nella sua opera (una delle tante novelle si intitola “La verità”). Particolarmente significativa e rispondente al nostro problema è la novella “Il viaggio” in cui l’autore racconta di una donna alla quale è stato diagnosticato un cancro al polmone, purtroppo incurabile. Ciononostante, la sua reazione è un inno alla vita. Uscita “dalla casa del primario dopo la lunghissima visita”, una volta in strada “…le vetrine, le insegne, gli specchi delle botteghe, il brulichio della folla […] la vita, la vita, la vita soltanto si sentì irrompere in subbuglio nell’anima per tutti i sensi commossi ed esaltati quasi per un’ebbrezza divina; né poté avere alcuna angustia, neppure un fuggevole pensiero della morte prossima ed inevitabile, per la morte ch’era pure già dentro di lei, appiattata là, sotto la scapola sinistra, dove più acute a tratti sentiva le punture. No, no, la vita, la vita!”. Si tratta di un caso estremo, giusto a perorare la necessità -e la campagna- della prevenzione specie per il tumore alla mammella. In occasione dell’apertura della campagna internazionale 2017 del Nastro Rosa (oltre settanta sono i paesi coinvolti), mese di ottobre, di cui quest’anno ricorre il 25°, a Terracina (palazzo del Comune), il chirurgo-senologo dott. Fabio Ricci, primo attore della sezione provinciale della LILT di Latina, presidente il Dott. Sandro Rossi, ha ribadito con forza il diritto-dovere della donna di essere tutelata ed autotutelarsi, clinicamente e psicologicamente, dall’aggressione del “gigante” mediante la prevenzione . Il fine è proprio quello di trasformare una cruda, nuda verità nell’antidoto alla paura, in un’arma per salvaguardarsi da quel “gigante” che non è imbattibile. Una metafora, la nostra, che si associa a quelle inventate dallo stesso Ricci per il Nastro Rosa dei precedenti due anni: La nave rosa di Ventotene, la Magna Charta Rosa, di fatto, due manifesti per la difesa della salute e del benessere psico-fisico della donna. A significare la liberazione dai pregiudizi e/o resistenze circa la prevenzione, quindi dalla paura o l’ossessione di non farcela lasciandosi soggiogare dalla rinuncia a combattere. L’immagine della nave balenò nella mente del nostro Doctor Faust (!) vedendo passare da altro lido una nave rosa, appunto, diretta all’isola di Ventotene dove sappiamo essere avvenuto qualcosa di importante e definitivo: la proclamazione della fine del fascismo e la rivendicazione e sanzione dei diritti civili dell’uomo. Nel caso specifico, un viaggio della speranza su di una nave della salvezza diretta non già verso un’isola incantata, bensì una destinazione scandita da tappe, soggiorni obbligati (il riferimento politico a Ventotene), monitorati in vista dell’approdo a buon fine. Quanto al riconoscimento dei diritti umani primo fra tutti la libertà e il diritto alla vita, quindi, alla tutela della salute del cittadino da parte dello Stato, la metafora della Magna Charta Rosa è un valore aggiunto mettendo al centro del problema la donna. Due volte crudelmente umiliata ed oltraggiata, dal gigante-mostro dell’uomo assassino (femminicidio), da quello del tumore al seno. Essendo nota la dedizione e passione del dott. Ricci per la nobile causa, lo abbiamo inquadrato come “il senologo che amava tutte le donne”, definizione magari peregrina -potrebbe essere il titolo di una fiction!- ma simpatica o benevolmente ironica. Probabilmente, può suggerire l’idea o l’immagine del suo essere “androgino” ovvero professionalmente immedesimato nell’universo donna al punto tale da sentirsi “attaccato” al suo seno per preservarlo chirurgicamente evitandone, perciò, fino ai limiti estremi del possibile, l’asportazione. In ossequio a quella legge di natura secondo la quale il seno in quanto prima fonte o nutrimento del bambino è l’emblema della donna. Per rimanere nel fantasioso o letterario, vedrei Ricci uno dei migliori allievi del Doctor Faust di goetiana memoria, legato a filo doppio alle sue Margherite o Eleonore, creature salvifiche e da salvare. Il paragone è del tutto casuale o ludico non aspirando davvero il Dott. Ricci all’ Assoluto! Di certo, egli aspira al meglio. Quando chiesero a Goethe la ragione che lo ha indotto a riferirsi al Faust originario (1400-1500) che millantava poteri e doti eccezionali, rispose che “il diavolo perde la scommessa e che l’uomo, anche fra gravi errori, tende verso il Meglio”, quindi è sempre “da redimere” cioè da assolvere; senz’altro quando ha fatto di tutto per dare il meglio di sé agli altri. Un’altra originalità del Dott. Ricci sono le conferenze-lezioni oramai da qualche anno tenute in Italia e all’estero con lusinghiero successo, assai apprezzate non solo sul piano scientifico e tecnico ma anche su quello divulgativo e della persuasione. Il relatore avvalendosi di un corredo di diapositive di quadri di pittori famosi di varie epoche raffiguranti donne dal seno scoperto -florido e vivificante oppure offeso o malato- coniuga scienza ed arte (con qualche cenno di anatomia) rendendo “esteticamente” gradevole (nel senso etimologico di sensazione oltre che in quello specificamente artistico), convincente ed avvincente un discorso a dir poco sgradevole. Con il vantaggio di tradurre la verità -il tumore, di conseguenza la paura e il panico- in una realtà modificabile. In tal senso l’attenzione psicologica del medico -e delle strutture- è fondamentale. Lo sforzo e l’impegno nella lotta contro il cancro, infatti, deve mirare a dare man forte alla vita. Quando le cose sono facili è altrettanto facile rassicurare e rendere felici. Il discorso cambia quando le cose sono difficili. Il Dott. Ricci e tanti come lui si inchinano davanti alle situazioni difficili per aggredirle. La loro è davvero una lotta tra “giganti” -del male e del bene-, una lotta titanica.

“Oh Dio! L’arte è lunga e breve è la nostra vita.[….] Come è difficile procurarsi i mezzi per risalire alle fonti. E prima ancora di essere giunto a metà del cammino, il povero diavolo se ne deve morire” (Goethe, Faust).

Goethe ha creato un personaggio ideale che, nella sua aderenza alla realtà e alla vita, non perda mai di vista le esigenze spirituali dell’esistenza. Che nel suo vivere ed operare, consapevole del Bene e del Male, tenda sempre a conseguire il meglio se non l’ottimo.

 

Giorgio Maulucci                                                                              

 

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