Via delle Zite 18

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Non sono diventato uno scugnizzo

di Salvatore D’Incertopadre

Napule è mille culure…questo verso di una celebre canzone di Pino Daniele è una eloquente citazione che invita ad iniziare con fiducia una lettura accurata dell’ultima fatica letteraria di Salvatore D’Incertopadre Via delle Zite 18. Non sono diventato uno scugnizzo (Atlantide editore); un romanzo autobiografico e corale, intenso in cui s’intrecciano e si mescolano con senso di ironia e leggerezza i fili dei ricordi degli anni della formazione (dall’infanzia all’età adulta), dell’amore familiare e del destino, dando vita a una storia forte ed emozionante ambientata nella Napoli del secondo dopoguerra.

Le parole del cantautore partenopeo sono un riferimento riassuntivo delle mille sfumature della città di Napoli «fatta dal suo popolo che l’ha resa un crocevia importante ed essenziale per l’arte, la letteratura, la filosofia, il teatro, la musica». Una città dai mille volti, dalle numerose contraddizioni che ha vissuto diverse epoche storiche: da quella greca, ancora presente nella vecchia cinta muraria e nel sottosuolo, a quella romana dei cardini e dei decumani, dal periodo della dominazione normanna a quella sveva, dall’epoca degli Aragonesi agli Angioini e ai Borboni.

L’autore, verace cantore della sua Napoli, nella Premessa dichiara che gli eventi raccontati, con grande sensibilità e partecipazione, sono realmente accaduti e che si tratta di una storia di un ragazzo napoletano che già, dai primi anni della sua esistenza, cerca di sopravvivere in una particolare città che “partorisce figli”, a lei legati da un ambivalente rapporto di amore e di odio, di affetto e di violenza.

Il palazzo di Via delle Zite 18 costituisce il microcosmo di un racconto delicato, a tratti anche ironico, intriso di colori e di atmosfere magiche della società partenopea degli anni Sessanta, di quella gente che sapeva convivere pacificamente tra mentalità, culture e abitudini diverse. Un racconto dove infanzia, crescita, maturazione trovano come sfondo e cornice una città viva, in netta ripresa dopo le ferite della guerra.

Un romanzo polifonico di tono e sfondo autobiografico e familiare, ricco di riflessioni, introspezione e intrecci narrativi, che rievoca l’innocente infanzia e la precaria adolescenza del personaggio centrale trascorse a Napoli, negli anni dal 1952 al 1968. Durante il periodo infantile Salvo, il protagonista timido e riservato nato nel “basso” di vico Sant’Agostino alla Zecca, nel crescere in casa e nel girovagare nelle vie del quartiere, scopre l’isolamento casalingo per la sua malattia e la felice guarigione, le prime gioie nel predisporre il presepe insieme al padre, la sensazione di paura nell’assistere alla messa di Natale, nella chiesa di Santa Maria a Piazza, e la presenza “rivoluzionaria” della televisione in casa.

Il giovane Salvo ricorda, oltre alle prime uscite, ciò che avveniva nel vicolo, nella Napoli dentro le mura, soprattutto in estate quando la vita si svolgeva più in strada che diventava luogo di pettegolezzi, indiscrezioni, chiacchiere e maldicenze e anche di racconti di episodi che si verificavano nel quartiere. Il protagonista della storia raccontata rammenta il periodo scolastico sia delle scuole elementari che delle medie con gli esami finali, gli anni dell’istituto tecnico industriale con indirizzo in elettrotecnica, gli insegnanti, le amicizie, il coro della scuola, le esibizioni canore e inoltre le prime scorribande nel quartiere, le prime visioni di film che alimentavano la sua fervida fantasia.

La vicenda umana di Salvatore si snoda durante periodo “storico” caratterizzato dal boom economico, dalla crescita economica, sociale e culturale dell’Italia, dall’esodo biblico dei meridionali verso il Nord industrializzato, fenomeno che avrebbe cambiato profondamente il nostro Paese, ma non Napoli che invece subì un nuovo e più intenso inurbamento. Eventi in cui si intrecciano passato e  presente, saga familiare e storia.

Via delle Zite 18. Non sono diventato uno scugnizzo è, come genere letterario, un memoir di trascinante attualità dove l’autorappresentazione assume una portata più vasta del mero racconto personale. Il fondale sociale, infatti, in cui si svolgono le vicende personali, familiari e sociali del protagonista, è uno spaccato antropologico fatto:

di abitudini sociali, anche alimentari (le chiacchiere nel vicolo come momenti di aggregazione, i fuochi artificiali per festeggiare l’arrivo del nuovo anno, il consumo della carne solo la domenica, le ricette gustose della cucina tipica napoletana);

di costumi e consuetudini (offrire il caffè come segno di ospitalità), di usanze (la sceneggiata napoletana, la smorfia con i numeri per il gioco del Lotto, la Tombola);

di espressioni linguistiche tipiche del dialetto napoletano colorito;

di credenze popolari e di superstizioni (i bambini durante la notte con il sonno crescevano di altezza, le vittime del malocchio scacciato con il corno);

di riti laici e religiosi molto diffusi (la preparazione dei pranzi domenicali, le cantilene per far addormentare i bambini, le vecchie filastrocche, l’accensione dei fuochi – ‘a lampa –  nei diversi rioni della città per festeggiare i santi);

di tradizioni e rituali popolari (preparare il presepe durante il periodo natalizio in casa e soprattutto in via San Gregorio Armeno con la fabbricazione delle statuine di terracotta nelle botteghe artigianali, il cenone della vigilia di Natale, il rito funerario, le feste popolari come quella di Piedigrotta);

di folklore (rappresentato, oltre che dai transessuali (femminielli)  che si riunivano nella piazzetta di Forcella, dal suonatore di pianino considerato “un portatore di gioia” prima di andare a tavola);

e di giochi semplici che si svolgono nella piazze e strade del centro storico, nei vicoli, nei bassi.

Sono descritte minuziosamente, inoltre, con un linguaggio semplice e diretto le attività artigianali e commerciali degli acquaioli, del barbiere itinerante della zona, della parrucchiera ambulante “la ciarliera del quartiere”, del ciabattino definito ironicamente “un artista del restauro delle scarpe”, del venditore di carbone e di sapone, del lucidatore di scarpe, dell’arrotino con i suoi attrezzi per affilare forbici, coltelli, del materassaio convocato a domicilio, del riparatore di piatti ‘o ‘cconciapiatti.

Un’attenzione particolare l’autore riserva alla musica, ai suonatori di pianino, al festival della canzone napoletana, ai Conservatori musicali, ai musicisti resi famosi dalle loro canzoni come Gaetano Donizzetti (I ‘te voglio bene assaje), Salvatore Di Giacomo (‘E spingole francese ed Era de maggio), Giovanni Capurro (‘Sole mio), Libero Bovio (Reginella).

Leggendo attentamente si possono ricostruire precise informazioni:

sulla cucina napoletana, ricca di ricette gustose diventate famose in tutto il mondo; sulla alimentazione del tempo e sulla dieta mediterranea (fatta di legumi, cereali e ortaggi), sulla famosa pasta al ragù o quella “mischiata”, sulla pizza «ottimo rimedio gastronomico, sempre disponibile a Napoli nelle situazioni d’emergenza»; sui dolci  tipici (babà, sfogliatelle, diplomatici, cannoli al cioccolato) e sulle diverse tipologie e usi di acqua venduta dagli acquaioli di quartieri.

Si possono inoltre ricavare notizie storiche sulle chiese frequentate, sulle malattie del tempo (epatite, pediculosi, colera), e anche dati e indicazioni sull’economia della città, inerenti l’industrializzazione, le attività terziarie, l’acquisto di merci dai piani alti delle abitazioni attraverso il paniere e persino considerazioni sulle norme d’igiene e sull’uso intelligente della televisione.

Un libro importante nella sua trama in quanto coinvolgente e denso di colpi di scena, dove ha un grande rilievo la storia di un personaggio, di una famiglia, di una città. Anche questa ultima fatica dell’autore ci porta ad apprezzare la sua limpida forza di narrare vite comuni che sono anche le nostre.

L’autore presenta una ricca galleria di personaggi, ognuno dei quali assume, di volta in volta, diverse gradazioni di ruolo e di coinvolgimento nelle diverse vicende narrate a partire da mamma Adelina, una donna robusta e fiera, sempre disponibile, una sarta dalle “mani d’oro” per la sua destrezza con ago e filo nel lavoro di sartoria, e  da papà Giocondo, persona dotata di serafica pazienza, ex carabiniere che, per arrotondare la paga, svolgeva lavoretti da guardiano notturno fino a quando non fu assunto definitivamente per un posto fisso.

Altri personaggi di rilievo sono don Gennaro, il “saggio” vicino di casa, un vecchio vedovo che viveva da solo, che veniva consultato per consigli, per risolvere controversie o intrighi familiari;  le zie Concettina, Luisa, Maria ed Elvira sorelle di mamma Adelina che insieme ai nonni Totore e Concetta, e i numerosi nipoti costituivano una vera e propria tribù.

Commovente il ritratto di nonno Totore suonatore di chitarra, versatile animatore di concerti per allietare turisti e commensali di matrimoni, comunioni e battesimi. Vividi sono i ricordi delle passeggiate di Salvatore, nipote prediletto, con il nonno nei pressi della Stazione centrale, in piazza Garibaldi e in piazza Municipio.

Tra i personaggi femminili un posto di rilievo ha Rosaria, la giovane lavorante di mamma Adelina che aiutò Salvo nelle prime escursioni nel quartiere, al di là dell’enorme palazzo di Via delle Zite n.18. Con lei il protagonista del romanzo scopre la vera amicizia basata sul rispetto, sulla fiducia, sulla sincerità e disponibilità reciproca.

Questi personaggi, descritti sempre con dovizia di particolari anatomici inerenti l’altezza, gli occhi, lo sguardo, hanno movenze, espressioni dialettali, caratteristiche fisiche, comportamentali e psicologiche che ci ricordano i protagonisti delle commedie del teatro napoletano, in particolare quelle di Eduardo Scarpetta (Miseria e nobiltà ) e dei fratelli, Eduardo (Napoli milionaria) e Peppino De Filippo, e dei film di Totò come (L’oro di Napoli), di Vittorio De Sica (Ieri, oggi e domani) e di Francesco Rosi (Le mani sulla città).

Protagonista assoluto del romanzo, profondo e toccante, sembra essere anche il popolo napoletano con le sue eredità etrusche, arabe, saracene, normanne e spagnole, con la sua mentalità e vitalità, con la sua filosofia di vita mai rassegnata ma sempre pronta a reagire con coraggio soprattutto alle avversità, ai momenti di sofferenza.

Gente superstiziosa propensa a credere ai miracoli, a praticare il contrabbando per sopravvivere alla miseria, a parlare immediatamente, con critiche e commenti, dei fatti vissuti quotidianamente. Un popolo che, con la sua fantasia, talento e creatività, con la sua  arte di arrangiarsi e l’ottimismo, si inventava (e si inventa) ogni giorno di tutto per andare avanti con espedienti sempre nuovi, per superare difficoltà, disgrazie e per vivere dignitosamente. Popolo, per dirla con le parole di Matilde Serao, «in cui l’immaginazione è la potenza dell’anima più alta, più alacre, inesauribile».

Nelle oltre duecento pagine toccanti e di straordinaria intensità, in cui si snoda l’intera narrazione, traspare, da parte dell’autore, l’amore e l’affetto per la città con le sue bellezze e con le sue brutture. Una città rappresentata e descritta nel suo pensare ed agire individuale e collettivo attraverso la struttura sociale, l’economia dell’abuso, la cultura, la religiosità. L’amore per la bellezza delle piazze, dei vicoli, per la mitezza del clima, quasi sempre primaverile, per il sole splendente davanti alle acque del golfo, per la musica e per la canzone napoletana, i cui ritornelli venivano ripetuti in ogni vicolo della città, fa capolino in ogni capitolo del libro. Trapela in ogni parte del libro un forte senso e sentimento di appartenenza.

Una “città teatro” dove tutti gli abitanti di ogni ceto recitano con spontaneità la loro parte. Una città rappresentata dagli ambulanti con le loro bancarelle, dalle donne che vendevano (e vendono) sigarette di contrabbando.

Si avverte leggendo il libro un ritmo serrato e coinvolgente del racconto che cattura dalla prima all’ultima pagina, uno stile pulito e senza fronzoli, appassionato e avvincente, una scrittura incalzante che attinge alla memoria, al bagaglio delle passioni e dei ricordi carichi di tensione affettiva, sentimentale verso le persone e la città. Una scrittura che si concede talvolta un lessico e delle espressioni dialettali di efficace impatto comunicativo.

La parola scritta di Salvatore D’Incertopadre diventa narrazione di generazioni, evocazioni di un passato intraprendente, una stagione della sua esistenza illuminata da nitidi ricordi. L’autore spesso inserisce nelle vicende narrate una serie di lampi di flusso di coscienza, tecnica stilistica tipica del romanzo di James Joyce.

L’autore sfodera, oltre che una capacità narrativa, anche una spiccata erudizione nel ricostruire personaggi, dati e particolari storici, letterari e artistici dimostrando una profonda e minuziosa conoscenza dei fatti narrati.

Vogliamo ricordare, ai futuri lettori del libro, ciò che ha scritto il filosofo Ivan Illich: «affrontare un libro, prepararsi alla lettura, è come sedere in una chiesa gotica al buio, guardando una finestra che sembra soltanto una porzione di muro. E poi, ecco l’alba. La luce attraversa i vetri, illuminando i colori e le forme di una storia».

Via delle Zite 18. Non sono diventato uno scugnizzo è un libro bellissimo, completo capace di raccontare e descrivere Napoli,  la sua storia, la sua cultura e la sua gente come un trattato di sociologia.

 Antonio Polselli

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